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Confederazione | Economia - 8 feb 2010 17:10

Fondi ebraici, restano 150 milioni

Non ancora distribuiti. Diverse proposte di utilizzo

BERNA - A quasi 12 anni dall'"accordo globale" da 1,25 miliardi di dollari tra le due maggiori banche svizzere e la controparte ebraica, concluso nell'agosto 1998 a New York, i soldi non sono stati ancora completamente distribuiti a chi doveva averne diritto: oltre 150 milioni rimangono da assegnare.

In una intervista pubblicata oggi dal periodico ebraico elvetico «Tachles» l'ex sottosegretario di Stato americano Stuart Eizenstat, che aveva contribuito al raggiungimento dell'accordo extragiudiziale, propone di ripartirli tra i sopravvissuti dell'Olocausto bisognosi negli Stati Uniti. Eizenstat aggiunge di aver già scritto una lettera in tal senso al giudice Edward Korman, responsabile per l'attuazione dell'accordo.

Fino alla fine del 2009 sono stati versati 1086 milioni di dollari a complessive 451'770 persone. Poiché circa un quarto dei sopravvissuti dell'Olocausto negli USA vivono in povertà o in condizioni assai modeste - a New York sono addirittura più di un terzo - Eizenstad consiglia ora al giudice Korman di dare loro quanto rimane. L'economista americana Helen Junz, membro della Commissione Bergier, propone invece di aumentare le somme versate ai titolari di conti in giacenza nelle banche elvetiche. Fino alla fine del 2009 sono stati pagati 570 milioni ad oltre 17'800 richiedenti.

8.02.2010 - 17:10
ats
Lo "scandalo dei fondi ebraici" in breve

Durante il cosiddetto «scandalo dei fondi ebraici in giacenza» (1995-1998), le organizzazioni ebraiche avevano più volte accusato la Svizzera di non voler indennizzare nel modo dovuto i sopravvissuti dell'Olocausto e avevano sottolineato l'urgenza del risarcimento, data l'ormai avanzata età dei superstiti.
Il contratto sottoscritto il 12 agosto 1998 da UBS, Credit Suisse, organizzazioni ebraiche e gruppi di querelanti prevedeva il versamento da parte delle due banche di 1,25 miliardi di dollari, all'epoca 1,8 miliardi di franchi. La controparte si impegnava in cambio ad abbandonare le azioni legali collettive (class action) contro la Svizzera e le banche elvetiche per il denaro «dimenticato» in conti aperti da presunte vittime dell'Olocausto, per il trattamento riservato dalla Confederazione ai profughi ebrei e per il lavoro coatto in imprese svizzere durante il Terzo Reich.

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