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Su Heidegger vendette private e finto-politiche

UN INTERVENTO DI ALFREDO MARINI, traduttore di "Essere e tempo", sulla polemica intorno ai "Quaderni neri"

©  foto inedita / archivio von Herrmann
Martin Heidegger
 
01
luglio
2016
18:05
Alfredo Marini

Quest'anno il Corriere del Ticino s'è occupato con due articoli – subito tradotti in più lingue – del saggio Martin Heidegger. La verità sui «Quaderni neri» di Friedrich-Wilhelm von Herrmann e Francesco Alfieri (il 20.02 e il 17.05). Pubblicato il mese scorso da Morcelliana, il libro ha già raggiunto la prima ristampa, mentre i due autori, unitamente al filosofo francese François Fédier, hanno deciso di ritirare un loro articolo da un libro collettaneo in lavorazione presso la Herder Verlag e curato da Walter Homolka e Arnulf Heidegger, per «non compromettere le nostre ricerche su Heidegger con chi invece persegue una lettura ideologica e politica». La polemica sul presunto antisemitismo del filosofo è dunque vivissima. Ospitiamo in questa pagina un intervento di Alfredo Marini, traduttore italiano di Essere e tempo. (TCap)

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Come forse è noto, le opere complete di Martin Heidegger sono in stampa da decenni per la cura del professor von Herrmann, suo collaboratore di piena fiducia all'Università di Friburgo in Brisgovia. L'ultimo gruppo di testi – tenuti per 46 anni, dal 1930 alla morte – è costituito da taccuini personali: comuni quaderni per appunti e brogliacci, dalla copertina di tela cerata nera. I pensieri qui registrati si susseguono senza un piano né una selettività tematica: non sono «un libro». Se di un diario si trattasse, sarebbe di eventi del tutto speciali: qualcosa che appartiene alla «storia dell'essere». Un concetto originale, questo, esclusivamente heideggeriano.
La heideggeriana storia dell'essere, infatti, non è quella dei fatti quotidiani (di cui i giornali fanno la cronaca) e neppure quella dei fatti storici (quelli di cui si occupa la cosiddetta storiografia).

Tutti i «fatti» di questo tipo, compresi gli uomini in carne e ossa (ad esempio le società storiche), sono concepiti dalla nostra cultura come degli enti (cose, appunto) e anche i nessi che venissero stabiliti tra questi enti sarebbero per Heidegger di nuovo degli enti: sempre «cose», dunque! Fatti «atomici»! Sia pure di tipo diverso perché, a suo parere, nella nostra civiltà il pensiero che li pensa è pur sempre un pensiero di tipo «calcolante» (che in ultima analisi riduce ogni ente, e perfino se stesso, a un «sassolino» o un insieme di sassolini). Invece l'essere corrisponde a un altro pensiero (che Heidegger chiama poetante o rammemorante).
Se c'è una cosa antiheideggeriana è proprio quella di filosofare su base ideologica (per esempio a partire da «Hitler» o dagli «ebrei», o dalla «classe operaia» o dal ceto medio borghese, o dal «vero credente» che dir si voglia), cioè mitizzando un ente: non sarebbe che una forma raffinata dell'antica idolatria.

Il suo pensiero è l'opposto! Ma «tanto opposto» che non consiste neppure nel tagliare l'erba sotto i piedi (er-örtern) all'idolatria o alla mitologia quali armi e strumenti di controllo delle masse perché, al limite, anche il divieto di nominare – «invano» come dice il Vangelo, o «per fini politici» come fa la gente, o «per definizione» come fanno i teologi – il nome di Dio, può fare di Dio un idolo. Detto questo, veniamo ai fatti.

Primo. Il dottor Peter Trawny, lo studioso tedesco al quale von Herrmann aveva affidato l'incarico di redazionare questi testi (nove volumi in tutto), si sarebbe rivelato inadatto allo scopo. Egli avrebbe approfittato dell'incarico per scrivere, e lasciar trainare dalla scia del testo heideggeriano, un proprio tendenzioso saggio interpretativo parallelo (cosa già interdetta per contratto da Heidegger stesso). Ma, peggio, avrebbe strumentalizzato il testo di Heidegger utilizzando indegnamente, su circa 1.250 pagine, quegli scarsi quattordici passi relativi agli ebrei e all'ebraismo, dove l'autore sembra estendere genericamente anche agli ebrei un modo di pensare che gli ideologi esistenzialisti, marxisti o nietzscheani critici della modernità europea avevano considerato tipico di questa modernità (il cosiddetto pensiero calcolante), facendo credere all'ingenuo lettore che proprio la critica degli ebrei fosse la pietra angolare della sua filosofia (a parte il fatto che Heidegger ha dichiarato di non essere un filosofo ma solo un ermeneuta) e costituisse, insieme, la famosa «prova» del suo antisemitismo.

Dai tempi delle antiche voci (calunnie) circa l'antisemitismo di Heidegger, tale «prova» era stata sempre di nuovo invocata da un odio pari alla stupidità che lo nutriva – ma mai trovata. Va notato che Trawny avrebbe dapprima proposto questa tesi in termini dubitativi, ma poi (dato che lo scandalo avrebbe prodotto un aumento delle vendite) si sarebbe spinto o sarebbe stato spinto a fomentare un proselitismo frenetico fondato su falsi presupposti di appartenenza politica o morale.

Secondo punto. Il 12 maggio scorso all'università di Pavia, von Herrmann, Alfieri e altri appassionati studiosi hanno presentato il volume Martin Heidegger. La verità sui «Quaderni neri». Nel libro, attraverso una discussione dettagliata e competente, si chiariscono analiticamente i termini e i contesti in cui essi compaiono. Ciò che emerge dalla magistrale traduzione alternativa di Alfieri (quasi duecento di pagine dei Quaderni) e dalla sua analisi stratificata e comparata di diversi nuclei di senso riportabili a decine di termini-chiave («nazionalsocialismo», «questione dell'essere», «Hitler», «lotta») è la possibilità di prendere le misure delle omissioni e delle forzature operate sia nella redazione tedesca dei testi che nella traduzione italiana che vi si aggiunge.

Lo scopo è ristabilire la verità circa il testo e il senso autentico degli scritti di Heidegger e rispetto a quei quattordici passi, in alcuni dei quali gli ebrei sono inclusi in un giudizio negativo che li accomuna ai tedeschi e a tutta la civiltà occidentale. Alla fine, con una traduzione corretta, l'impressione è che i testi non possano dare adito ad alcuna delle supposizione pseudofilosofiche di cui si vocifera. Si tratta di un contributo tecnicamente di eccezionale valore. Eroico, aver dedicato tanta esattezza e passione solo per togliere fiato a quelle fesse trombette la cui vera natura, a un orecchio abbastanza esercitato e cólto, sonitu ipso patet!

Secondo Dilthey e il conte Yorck von Wartenburg (per restare in Germania) la «ragione» dell'Occidente è costituita dall'intreccio essenziale tra grecità (intelletto), romanità e giudaismo (volontà), germanesimo (sentimento). Ma qualche sepolcro imbiancato crede sempre ancora di poter insorgere stracciandosi le vesti e gridando al reato di leso ebraismo per le proprie vendette private (che, da megalomani, credono «politiche»).

Paradossalmente, dopo i delitti di Hitler la parola giudeo è stata abbassata a puro insulto, come ladro o negro (bisogna dire non-ariano? Diversamente onesto? Non si può più dire che negro-è-bello perché questi logici rigorosi vi ravvisano un'insanabile contraddizione?). Dire, sia pure di passata e dopo gli stoici e Filone, che gli ebrei abbiano mai avuto qualcosa in comune con la metafisica occidentale – questo sarebbe antisemitismo? E se Heidegger è un filosofo, questo sarebbe introdurre il nazismo nella filosofia?

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Edizione del 26 maggio 2018
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