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“Heidegger bisogna studiarlo senza ideologie”

Un convegno all’ateneo di Pavia con F.-W. von Herrmann e Francesco Alfieri fa il punto sui "Quaderni neri"

 
17
maggio
2016
02:05
Tommy Cappellini

Il 20 febbraio di quest'anno è uscita sul Corriere del Ticino una lunga intervista con Friedrich-Wilhelm von Herrmann, ultimo assistente di Heidegger, e Francesco Alfieri, docente di Fenomenologia della religione alla Pontificia Università Lateranense. Era l'anticipazione di alcuni temi approfonditi in Martin Heidegger. La verità sui Quaderni neri (Morcelliana, pagg. 464, euro 35), libro che ha avuto un'impegnativa gestazione editoriale e che ora è disponibile al pubblico. La presentazione italiana del saggio – inaggirabile per chiunque sia interessato all'argomento – s'è tenuta giovedì scorso all'università di Pavia: ne diamo conto in questa pagina. Il tema è di quelli che, almeno dal punto di vista giornalistico, smuovono prevedibili fiumi di inchiostro: vi sono riferimenti impliciti o espliciti all'antisemitismo negli Schwarze Hefte di Heidegger?

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PAVIA - Già alle tre del pomeriggio si poteva osservare fuori dall'Aula magna un bel gruppo di studenti, docenti e giornalisti: alla fine, tra tutti, se ne son contati 480. A sorpresa, c'era anche Alfredo Marini, traduttore di Essere e tempo. Mezz'ora dopo, sotto il ritratto di Vittorio Emanuele II, il professor von Herrmann, il professor Alfieri, la filosofa Francesca Brencio della Western Sydney University, Luca Vanzago, docente di gnoseologia a Pavia, e Giampaolo Azzoni, cattedratico dell'ateneo, hanno iniziato a tirare le fila di una delle polemiche intellettuali più vivaci degli ultimi anni: il presunto antisemitismo di Heidegger.

Ad aprire il convegno von Herrmann, con una relazione in tedesco. Per facilitare chi non fosse in confidenza con questa lingua, è stata distribuita una traduzione italiana eseguita all'impronta da Veronika von Herrmann. Si trattava di un testo segreto di cui nessuno dei relatori era a conoscenza, dove il professore ha fatto dichiarazioni inedite: «Discendo da una famiglia luterana di Potsdam. Le omelie di mio padre parroco erano esaminate dalla Gestapo. La stessa sorveglianza si replicò sotto la dittatura comunista, con la Stasi. Da 60 anni mi occupo di Heidegger. Se durante il mio impegno scientifico avessi trovato tracce di razzismo, antisemitismo o nazionalsocialismo nelle sue opere, non avrei mai dedicato la carriera accademica a questo pensatore».

Alfieri ha poi illustrato i risultati raggiunti attraverso l'analisi filologica dei volumi 94-95-96-97 della Gesamtausgabe. Ha sorpreso come il professore abbia dichiarato che il lavoro svolto in un anno e mezzo, quasi due, con von Herrmann sia stato di per sé una perdita di tempo: «Abbiamo messo in evidenza come lo stesso Heidegger avesse già chiarito la sua posizione, tanto che i fraintendimenti sull'antisemitismo nascono da un'interpretazione squisitamente letterale dell'armamentario linguistico del filosofo e da una strumentalizzazione mediatica. Fraintendimenti che accaddero pure quando Heidegger era in vita. Derivano dall'incapacità di alcuni studiosi di capire che il movimento del suo pensiero è difficile da seguire se non si è disposti ad abbandonare i propri pregiudizi».

Tanto che – ha sostenuto Alfieri – nemmeno il curatore degli Schwarze Hefte Peter Trawny è riuscito a dimostrare l'antisemitismo onto-storico di cui accusava Heidegger, ma solo a insinuarlo come dubbio. E la studiosa italiana Donatella Di Cesare «non è riuscita a utilizzare i testi in modo corretto. Viziando le fonti, le interpretazioni sono arrivate di conseguenza». «Heidegger – ha continuato Alfieri – paventava i lettori "invadenti": coloro che cercano di trovare nel dettaglio la comprensione del totale. Non è che ci siano 14 passi antisemiti nei Quaderni neri, su 1250 pagine, e nemmeno che ci siano 14 passi che possano essere considerati in modo dubitativo antisemiti. Non c'è nessun passo antisemita». È stato poi letto uno stralcio da un testo in cui il professor Leonardo Messinese, assente, dimostra come in alcuni passaggi le posizioni di Trawny e Di Cesare siano prive di forza argomentativa. Dal canto suo, Francesca Brencio ha dichiarato come i taccuini del filosofo «hanno bisogno di un lavoro filologico accurato e di una comprensione che si può raggiungere solo seguendo il percorso heideggeriano, e non vie politiche o di altro tipo». Più critico Vanzago: «Alcuni passaggi degli Schwarze Hefte rimangono duri e molto ostici».

Il convegno s'è protratto a lungo. Alla fine ha ripreso la parola von Herrmann, che con Marini, lo stesso Alfieri messosi in platea e la professoressa Paola Coriando ha dato vita a un dialogo filosofico quasi dimentico della sua dimensione pubblica. Da riportare una considerazione di Marini: «La questione dell'antisemitismo era già chiusa prima che nascesse. I detrattori di Heidegger crescono con l'aumentare delle ideologie».

Schwarze Hefte: scandalo sì, solo sui giornali

In un’appendice documentaria contenuta in Martin Heidegger. La verità sui Quaderni neri, Claudia Gualdana ripercorre due anni di polemiche esclusivamente giornalistiche sul presunto antisemitismo di Heidegger. Gli Schwarze Hefte uscirono nella primavera 2014 dall’editore Klostermann, alla fine del 2015 arrivò una parziale traduzione italiana. La discussione si accese subito. Il curatore dei Quaderni Trawny ha parlato di «antisemitismo onto-storico», Donatella Di Cesare vi ha dedicato un paio di saggi aggressivi. Il mondo intellettuale s’è diviso, il caso era d’altronde di moda. Nel testo della Gualdana lo stesso von Herrmann, che non voleva rispondere alle polemiche, ha preso la parola su certi interventi al limite del decoro.

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