
Eccolo qua, il tappabuchi della tavola periodica degli elementi. Il numero 118 già lo conoscevamo. Mancava però il 117. Scodellato adesso fresco fresco dal Joint Institute for Nuclear Research (il nome russo sarebbe un altro, per la verità, ma sarebbe anche poco comprensibile) di Dubna, in Russia, che lo comunica in un articolo appena pubblicato su “Physical Review Letters”, firmato da studiosi americani e russi guidati da Yuri Oganessian.
Degli elementi transuranici, cioè più massicci dell’uranio, abbiamo già parlato qui su “Eureka” il 13 febbraio scorso, riferendo della misura della massa del nobelio con strepitosa precisione: un successo germanico. Siccome la corsa verso l’isola della stabilità (cioè quegli elementi transuranici che non decadranno velocissimamente come quelli incontrati finora) vede protagonisti gruppi tedeschi e russi, oggi raccontiamo di una conquista scientifica proveniente dall’Est: l’ununseptio. Che poi è solo un nome provvisorio, perché quello ufficiale verrà attribuito chissà quando dall’Unione Internazionale per la Chimica Pura e Applicata. Per dire... l’ununbio, con numero atomico 112, ha ricevuto il proprio nome definitivo, cioè copernicio, solo pochi mesi fa: ben 14 anni dopo la scoperta. Sicché anche per l’ununseptio dovremo portare pazienza.
Non si pensi però a un cubetto di materia: di ununseptio sono stati prodotti solo 6 (sei) atomi. Con una gran fatica, per di più. Infatti è stato necessario sparare per molti giorni atomi di calcio contro un bersaglio di berkelio, quest’ultimo a propria volta un transuranico con numero atomico 97. E solo per ricavare 22 grammi di berkelio ci sono voluti 250 giorni di esperimenti, manovre e bombardamenti vari presso lo statunitense Oak Ridge National Laboratory, in Tennessee. Insomma una bella triangolazione internazionale. Per che cosa? 6 atomi.
Adesso verrebbe voglia di chiedere: “Ma quanto costa tutta questa roba? E, soprattutto, serve a qualcosa?”. Domanda legittima. Anzitutto serve a capire se davvero l’isola di stabilità esiste e magari anche a farsi un’idea più precisa di quanto sia ancora lunga la navigazione per arrivarci, di nucleo in nucleo sempre più pesante. E poi non si può mai sapere: quel che appare inutile oggi potrebbe rivelarsi preziosissimo dopodomani. Circola un aneddoto secondo il quale Michael Faraday, uno dei più grandi fisici sperimentali dell’Ottocento, al Primo Ministro inglese che gli chiedeva a che cosa servissero le sue scoperte sull’elettricità abbia risposto: “Sir, onestamente non lo so. Ma sono sicuro che in futuro inventerete un modo per metterci sopra una tassa”.
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