


La regione intorno al lago Turkana oggi è arida e desolata. Ma un milione e mezzo di anni fa era lussureggiante. E rappresentava un habitat ideale anche per la specie Homo ergaster: un nostro antenato capace di realizzare dei manufatti. E forse perfino di comunicare con i suoi simili. Il 22 agosto 1984 i ricercatori guidati da Richard Leakey scoprivano lo scheletro quasi completo del primo esemplare conosciuto. E rivoluzionavano la paleoantropologia.
Oggi il “Turkana boy” (così venne battezzato) è solo uno di molti reperti della sua specie. Sappiamo che era un adolescente atletico, che era piuttosto slanciato, che mangiava sia carne sia vegetali, che era meno intelligente dei ragazzini moderni. Sospettiamo perfino che possedesse qualche primitiva forma di espressione verbale, sebbene la questione sia controversa. Di fatto, il “Turkana boy” è un anello importante della nostra catena genealogica. E un pezzo prezioso del grande puzzle che la paleoantropologia sta ricostruendo.
16 mila secoli ci separano da quelle orbite vuote. “Vecchie ossa”, potremmo pensare facendo spallucce. Magari chiedendoci perché qualcuno dovrebbe entusiasmarsi per un teschio che spunta dal terreno in una landa ardente e desolata dell’Africa orientale. Serve a qualcosa? Rende dei soldi? Almeno cura qualche malattia?
No, certo che no. Però quelle orbite vuote ci toccano nel profondo. Gira e rigira, è da lì che noi veniamo. Il “Turkana boy” che l’équipe di Richard Leakey ha portato alla luce, oggi inserito nella specie Homo erectus ergaster (o forse solo ergaster, se è una specie per conto proprio), è un altro anello della stupefacente catena che unisce ciascuno di noi all’essere unicellulare che sguazzava nel brodo primordiale, più di 3 miliardi di anni fa. Ciascuno pensi al proprio papà e alla propria mamma, e poi ai nonni e ai bisnonni, e risalga così per i secoli attraverso il Medioevo, l’Antichità, la Preistoria, trovando individui sempre indistinguibili dagli umani moderni. Poi però, con lo scorrere dei millenni, piccole variazioni compaiono: il pelo aumenta, il prognatismo si rafforza, il cervello si rimpicciolisce. Fra una generazione e l’altra non si percepisce la differenza. Ma sull’arco delle centinaia di migliaia di anni... eccome.
Si arriva così a quell’adolescente sul lago Turkana, che un milione e 600 mila anni fa partiva per la caccia con i maschi del suo clan. Forse la sua prima caccia. Forse la sua iniziazione al mondo adulto. La sua realtà finiva lì, fra le modeste esigenze del cibo e della riproduzione. Nei suoi pensieri primitivi c’era magari un barlume di coscienza superiore. Magari perfino l’abbozzo di un linguaggio, per esprimere concetti semplici. C’era la radice della nostra umanità moderna. Mai e poi quel ragazzino avrebbe immaginato che le sue ossa, molti millenni dopo, avrebbero ornato la teca di un museo, sarebbero diventate un argomento a favore di una teoria sull’evoluzione umana.
Qualcuno potrebbe considerare offensiva questa nostra parentela. Da un secolo e mezzo (non dimentichiamo che quest’anno si festeggiano i 150 dalla pubblicazione de L’Origine delle Specie) l’idea che i nostri antenati siano esseri meno che superiori, coscienti, pensanti, produttori di arte, letteratura, scienza ha ferito non poche sensibilità. Eppure la teoria dell’evoluzione è la descrizione migliore che la scienza ha saputo fornire per spiegare le osservazioni, cioè i reperti ritrovati. Lei stessa, la teoria dell’evoluzione, è cambiata dai tempi di Darwin. Potremmo dire che si è... evoluta. Si è conciliata con le conoscenze acquisite dalla genetica, per esempio. Per arrivare a una sintesi moderna che, senza la pretesa di spiegare tutto, è coerente, chiara, potente. E proprio in questo, a ben pensarci, sta la grandezza umana. Quelle occhiaie vuote di Homo ergaster nascondono il barlume del pensiero che ha saputo elevarsi dalle necessità elementari della sopravvivenza e della riproduzione per interrogarsi sul proprio ruolo nel cosmo. Sui propri antenati, la Terra, le stelle, le galassie.
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