
E’ l’alba fra le macerie. Il terrorista è immobile nella sua auto. Sta per farsi esplodere, fra pochi minuti, al passaggio di un convoglio militare. Affida l’anima al proprio Dio. Poi sente un rumore e apre gli occhi. Dall’incrocio appare il primo blindato, seguito da un camion di militari. La polvere si solleva dalla strada. Il kamikaze sposta la mano, lenta ma sicura, verso il pulsante della morte. Intanto, a molte migliaia di chilometri di distanza, fisici e statistici cercano di comprendere lo schema generale che descrive le azioni sue, dei suoi compagni e dei suoi nemici. Imbattendosi in un risultato sconcertante.
Tutto prende avvio nel 2005, quando Juan Camilo Bohorquez, un fisico dell’Università delle Ande a Bogotà, in Colombia, comincia a raccogliere informazioni sulle insurrezioni. Non è uno spione, non lavora al soldo di qualche agenzia di intelligence. E non nutre interesse per una guerra civile specifica. No, lui vuole studiare la guerra in generale: una manifestazione della cultura umana fra le più atroci. Essendo umana, sembra frutto della libertà. Questo la rende del tutto imprevedibile? Non necessariamente: molti fenomeni sociali possono essere descritti con legge matematiche rigorose. Ma è vero anche per le insurrezioni?
Per trovare una risposta, Bohorquez accumula i dati forniti dalle fonti governative e dai mezzi di comunicazione di massa sui conflitti in nove aree “calde” del pianeta: Afghanistan, Perù, Colombia, Indonesia, Iraq, Israele, Irlanda del Nord, Senegal, Sierra Leone. Lui e i suoi colleghi sono molto scrupolosi e non trascurano nulla. In tutto, raccolgono informazioni su 54.679 atti di violenza, che spaziano dall’omicidio individuale in un vicolo di Bogotà fino all’attentato che a Baghdad provoca 100 morti. I contesti sono i più vari: dalla giungla alla città, fino al deserto. E anche le cause: dallo scontro religioso alla criminalità organizzata, fino alle rivendicazioni territoriali.
Arriviamo così al presente. Nelle ultime settimane i ricercatori rendono note le proprie conclusioni dalle pagine della prestigiosa rivista “Nature”.
Il primo risultato riguarda la distribuzione: gli scoppi di violenza si verificano “a grappoli”. Cioè sono concentrati: per alcune settimane, magari perfino per mesi, accade poco o nulla, e poi d’un tratto nel giro di pochi giorni le vittime si contano a centinaia. Sembra insomma esserci un coordinamento. Ma ipotizzarlo significa considerare i guerriglieri e i terroristi più organizzati di quanto possano essere in realtà. Di fatto, spesso le unità combattenti agiscono senza comunicare fra loro.
Inoltre emerge con chiarezza una legge di potenza, tipica di moltissimi altri fenomeni. Alcuni peculiari della cultura umana, come il popolamento delle città o la distribuzione della ricchezza. Ma altri del tutto naturali, come la magnitudo dei terremoti, le dimensioni dei crateri lunari, il tasso metabolico delle specie viventi. In parole povere, la legge di potenza dice che la frequenza di un evento decresce più rapidamente dell’aumento delle sue dimensioni (quindi, per esempio, un terremoto due volte più intenso è quattro volte più raro). Ebbene, secondo Bohorquez e i suoi colleghi la stessa legge si applica anche alle insurrezioni violente. Essendo una legge ben conosciuta, consente quindi di fare delle previsioni. Si tratta beninteso di stime probabilistiche su un periodo di tempo: nessuno può dire con certezza dove e quando una cellula di terroristi colpirà per uccidere 50 persone.
Non appagati dal risultato ottenuto, gli studiosi hanno anche applicato un modello numerico sviluppato per gli studi economici. In sostanza, hanno considerato ogni conflitto come un mercato. Che, messa così, sembra una cosa proprio brutta, ma a rifletterci bene è un’analogia che funziona. Come in un libero mercato, infatti, in una guerra civile ci sono dei gruppi di individui che, osservando ciò che accade, decidono come agire, ma senza coordinarsi fra loro. Così gli agenti virtuali delle simulazioni scatenano una carneficina in funzione delle news che sentono. Di guerre virtuali così, senza spargere una goccia di sangue, i ricercatori ne hanno combattute 10 mila. E sempre hanno trovato lo stesso schema dei nove conflitti reali.
Questa ricerca è un passo verso l’abolizione delle guerre? No, certo che no. Troppo bello sarebbe. Al terrorista in quella strada polverosa, pochi attimi prima dell’esplosione, non importa nulla di statistiche, guerre virtuali, leggi di potenza. Non sa né vuole saperne di calcoli, previsioni, modelli. Lui desidera il Paradiso, o la libertà, o la vendetta: tutte cose che non potranno mai rientrare in una formula.
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