
Non lo fanno apposta. Non c’è dietro uno studio. Però, nell’adeguamento progressivo ai gusti del pubblico, i registi si sono adattati a un ritmo naturale dell’attenzione. Lo si può dimostrare con una ricerca sui film, un po’ di matematica e un pizzico di psicologia.
Per quanto ci sforziamo, la nostra attenzione su un compito non può essere permanente. Dopo un po’ ci distraiamo, i pensieri divagano, svolazzano, si perdono. Lo sa bene chiunque debba tenere una lezione o una conferenza: ogni tanto serve un aneddoto o una battuta per recuperare la concentrazione del pubblico. Ma c’è una regola generale?
Sì, c’è. Ed è stata scoperta già negli Anni Novanta, quando un gruppo di studiosi dell’Università del Texas ha sottoposto alcuni volontari a centinaia di prove ripetute con velocità diverse, misurando il livello della loro attenzione. Poi i risultati sono stati elaborati con un procedimento matematico chiamato “trasformata di Fourier”, e ci si è resi conto che ne emerge un andamento ondulatorio molto caratteristico, una fluttuazione chiamata “rumore rosa”. Lo stesso fenomeno compare nei contesti più lontani: i livelli di esondazione del Nilo, per esempio, oppure la turbolenza nell’aria. Che c’entra anche la psicologia umana? Non si sa. Ennesimo esempio della stupefacente, quasi miracolosa regolarità di Madre Natura.
Ecco ora la scoperta recente: questa regolarità nell’attenzione la si ritrova pure al cinema. Anche la durata delle scene dei film segue lo stesso andamento. Lo ha dimostrato James Cutting, uno psicologo della Cornell University, in un articolo che sta per essere pubblicato su “Psychological Science”. Studiando 150 opere girate fra il 1935 e il 2005, Cutting ha constatato come le più recenti siano anche le più conformi alle fluttuazioni del livello di attenzione umana descritte dal “rumore rosa”. Attenzione: non è vero solo per i film d’azione, più efficaci nel tenere lo spettatore incollato allo schermo. No, no: è vero per tutte le opere, comprese le commedie. Sembra dunque che i film siano andati evolvendo verso un adattamento alle esigenze umane. E’ una scelta voluta?
Cutting pensa di no. Insomma, non è un trucco che si insegna nelle scuole di cinema. E neppure una conoscenza esoterica trasmessa occultamente dai grandi cineasti ai loro discepoli. E’ invece uno spontaneo adattamento evolutivo: i film di maggior successo hanno questa proprietà, quelli successivi ne copiano il ritmo e così via.
Adesso però il genio è uscito dalla lampada. Cioè il fenomeno è chiaro, esplicito, noto. Non si può fingere di ignorarlo. C’è da aspettarsi quindi un suo impiego consapevole e sistematico nelle opere future. Addio film noiosi? Se è così, tanto meglio per tutti.
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