





Credere in Dio fa bene: è quanto emerge da una ricerca pubblicata su “Psychological Science”. Questa conclusione, frutto degli studi di Michael Inzlicht, dell’Università di Toronto, e dei suoi collaboratori, è stata raggiunta sottoponendo a elettroencefalogramma 50 studenti volontari, cristiani ma anche musulmani, induisti, buddhisti e atei, per controllare la corteccia cingolata anteriore, una regione del cervello attivata quando emergono pensieri di disagio. Risultato: di fronte a stimoli contraddittori, l’attività della corteccia è minore in coloro che dichiarano di possedere una fede intensa e convinta, mentre è maggiore nel cervello di chi si ritiene un tiepido credente. Insomma, chi crede sembra meno predisposto all’agitazione, e quindi all’ansia.
Da alcuni anni va di moda cercare le relazioni fra il cervello e la religione impiegando tecniche per la determinazione dell’attività cerebrale e perfino per il neuroimaging. Spesso con risultati contraddittori in esperimenti diversi. Chi ha fede è più aggressivo. No, sbagliato: è più mansueto. Sì, però tende a essere più credulone. Macché: la fede rende scettici. E via così, da un lato lasciando sempre più perplessi sia i credenti sia gli atei e dall’altro fornendo agli uni e agli altri ulteriori argomenti a sostegno della tesi “Dio c’è” oppure “Dio non esiste”. Ma che c’entra? Niente, per la verità.
Tanto per cominciare bisognerebbe capire se nasce prima l’uovo o la gallina. Ovvero: certi comportamenti sono provocati dalla fede oppure la suscitano? Per esemplificare, riferendoci a quest’ultima ricerca pubblicata, chi è predisposto a soffrire meno di ansia grazie alle caratteristiche del suo cervello diventa poi un credente, oppure chi ha già di suo una fede ne è tranquillizzato e quindi è meno ansioso? Secondo Michael Inzlicht, che cita alcuni suoi studi non ancora pubblicati ma sempre incentrati sull’attività cerebrale di alcuni volontari, l’ipotesi corretta è la seconda: se hai fede, sei più sereno. Ma, come sempre, nella scienza i risultati sono provvisori e devono essere sottoposti a ripetizione da gruppi indipendenti. Staremo a vedere.
D’altronde, in qualunque direzione vada il legame causa-effetto, Dio resta fuori. Che la fede faccia stare bene o male, che renda violenti o pacifici, di destra o di sinistra, poco importa. Questi risultati, anche ammesso che vengano confermati in un senso o nell’altro e che alla fine si giunga a una conclusione (sempre provvisoria, però), non c’entrano niente con l’esistenza di un Essere Trascendente. Che la fede renda più buoni non è una prova dell’esistenza di Dio. Che renda più cattivi non conferma la sua assenza. Tant’è vero che analoghi risultati sull’intensità di altre convinzioni e fedi, politiche o sportive, secondo Michael Inzlicht conducono a conclusioni simili: una fede purchessia offre un quadro generale per comprendere, interpretare e quindi “possedere” il mondo. E quindi tranquillizza.
Com’era prevedibile, la scienza non ci dice nulla su Dio. Ma ci dice molto sull’uomo. Sai che novità...
Marco Cagnotti
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