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Donne di scienza: il punto

Un rapporto conferma disuguaglianze e stereotipi

 
24
aprile
2010
03:00
Marco Cagnotti

Due giorni fa la decana italiana delle neuroscienze ha festeggiato 101 anni. La comunità scientifica le si è stretta affettuosamente intorno in un evento battezzato “Rita Levi-Montalcini 101”: un nome ben pensato, perché nel gergo universitario americano 101 è il corso base di una disciplina. Un bel traguardo personale. Ma la meta finale per la comunità degli scienziati, ossia la parità effettiva fra donne e uomini, è ancora lontana. Lo conferma un rapporto recente dell’American Association of University Women (AAUW).
Il titolo è inequivocabile: “Why So Few?”. Ovvero: “Perché così poche?”. Già, perché? Il documento non si lancia in dichiarazioni sui massimi sistemi né è una raccolta di slogan femministi. Scritte da scienziate per scienziati (uomini e donne), queste 134 pagine vogliono essere un riassunto delle principali ricerche effettuate sull’uguaglianza e sulla discriminazione di genere nella comunità scientifica. Nulla che non sappia chi già se ne occupa. Ma, rileva in un’intervista a “Science” la prima firmataria del rapporto, la studiosa delle politiche di genere Catherine Hill, “molti scienziati non leggono nulla al di fuori della loro disciplina, e alcuni neppure sanno quante donne lavorino nel loro dipartimento”. Sicché repetita iuvant. Ma non solo: le autrici sperano in un effetto sensibilizzante anche sui docenti, sugli orientatori, sui genitori e più in generale su tutti coloro che possono influenzare le ragazze nella scelta di intraprendere una carriera scientifica.
“Parte del problema nel cercare i modelli di successo è che è difficile valutare il loro impatto. Così abbiamo cominciato a cercare fra le novità della ricerca e a pensare che cosa può spingere la discussione oltre”, ha dichiarato Hill. Perciò il rapporto analizza quantitativamente diversi fattori che condizionano questa scelta. Per esempio gli stereotipi di genere: nell’immaginario collettivo, lo scienziato è un tizio distratto, occhialuto, dalla zazzera disordinata e sempre... uomo. Poi la capacità femminile di autovalutare il proprio talento. E ancora l’abilità nella visualizzazione spaziale, spesso così importante nella ricerca scientifica.
Il documento mostra pure esempi virtuosi e meno virtuosi: modifiche nella cultura accademica di certi dipartimenti che hanno sortito buoni risultati nell’attrarre prima e trattenere poi le giovani studiose, ma anche un inconscio e inespresso stigma sociale, nella comunità scientifica, verso le donne che intraprendono carriere ritenute “maschili”.
Questo rapporto ci voleva? Sì, e lo confermano altri documenti appena pubblicati dalla Bayer Corporation per documentare la condizione professionale delle donne ma anche delle minoranze etniche. Per farlo, sono state consultate 1.226 persone fra donne, afroamericani, ispanici e nativi americani iscritti all’American Chemical Society. Risultato: molti membri di questi gruppi sono stati scoraggiati, in qualche momento della loro storia professionale, dal proseguire nella carriera scientifica.

 Why So Few?

 Bayer Facts of Science Education XIV

  Women in Science

Edizione del 25 settembre 2016
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