
La Stuibenfall, che si trova in Austria, è la più grande cascata del Tirolo. L’acqua cade da un’altezza di 159 metri e impatta là, dove i nostri occhi la stanno osservando. Potremmo prepararci all’ascesa e raggiungere la cima della cascata. Ma, siccome siamo pigri, preferiamo dirigerci nel verso opposto e seguire il torrente che scende nella Oetztal. Prima di arrivare al paesino di Umhausen, si intravede un villaggio, Oetzi-Dorf, dalle case un po’ strane. In effetti fanno parte di una ricostruzione che mostra come se la cavavano in quelle zone gli uomini di 5.000 anni fa. Tra loro anche lui, Oetzi: l’uomo dei ghiacci. Le capanne, la piroga, il bivacco dei cacciatori, gli ornamenti, le armi rudimentali fanno rivivere momenti caratteristici del villaggio del tardo Neolitico come la cottura del pane, l’allevamento del bestiame, le riunioni accanto al fuoco, i rituali attorno ai menhir. In un video sono spiegati i sistemi che Oetzi utilizzava per accendere il fuoco, per conciare le pelli, per cucire, per costruirsi gli attrezzi. Certo era in gamba, Oetzi. Ma siamo sicuri di sapere tutto su di lui? Forse no. Perlomeno questo è quanto suggerisce una recente ricerca pubblicata su "Antiquity" a opera dell’archeologo Alessandro Vanzetti, dell’Università La Sapienza di Roma, e dei suoi colleghi.
Oetzi se ne andava per la sua strada, nella stagione primaverile di 5.000 anni or sono, quando qualcuno vigliaccamente lo colpì alle spalle scoccando una freccia. L’uomo, ferito e solo, stremato dalla fatica e dal dolore, crollò sulle Alpi, al confine tra quelle che migliaia di anni dopo sarebbero state l’Austria e l’Italia. Conservato per millenni dai ghiacci, fu ritrovato per caso nel 1991 da due escursionisti tedeschi. Una questione di pochi metri, ma in effetti il corpo si trovava sul versante italiano ed è così che finì al Museo Archeologico dell’Alto Adige, a Bolzano. Gli scienziati rimasero impressionati dal cadavere, che si era conservato così bene per tanto tempo, e analizzando il corpo dell’uomo riuscirono a ricostruire le sue abitudini alimentari, il suo stile di vita e perfino come avvenne la sua morte. Però oggi su quest’ultimo aspetto si fa strada una nuova teoria.
Gli studi precedenti si erano concentrati molto sul cadavere e meno sulla scena del delitto in generale. Che invece rivela alcuni particolari interessanti. Oetzi aveva con sé degli oggetti, tra i quali una scure, un pugnale, una faretra, dei recipienti in corteccia di betulla, uno zaino e un arco non finito: tutti sparpagliati attorno al suo corpo, in apparenza distribuiti in modo casuale. Il nuovo studio suggerisce invece che questi oggetti furono posizionati con attenzione accanto al corpo su una piattaforma rocciosa poco distante dal luogo del ritrovamento. Solo lo zaino, intrappolato nella roccia, ha mantenuto la posizione originaria. "Capelli umani e peli animali sulla piattaforma sono incoerenti con l’ipotesi che l’uomo morì dove è stato trovato", scrivono gli autori dello studio. E poi c’è qualcosa che non quadra. Per esempio, nell’attraversare il passo di montagna che senso aveva portarsi dietro un arco non finito?
Servendosi di una tecnica chiamata Spatial Point Pattern Analysis e tenendo in considerazione il disgelo e il congelamento del ghiacciaio del Similaun, il gruppo di ricerca ha mappato precisamente la posizione di ciascuno degli artefatti e dei materiali biologici, ricostruendo il loro movimento nel corso dei millenni. Se ci si affida a questo modello, si capisce come gli artefatti erano stati in effetti posizionati accuratamente attorno al corpo. Non solo: Oetzi ha consumato il suo ultimo pasto in aprile, ma i pollini imprigionati nel ghiaccio attorno a lui sono relativi alla stagione estiva. Dunque probabilmente Oetzi è morto da qualche altra parte in primavera, il corpo è stato conservato dai suoi compagni fino a fine agosto, forse settembre, e poi trasportato in cima alla montagna dove è stata realizzata per lui una cerimonia di sepoltura degna di un valoroso guerriero. Infine una stuoia d’erba accanto al corpo potrebbe aver fatto parte del sudario. Questa nuova ipotesi farebbe luce anche su alcuni aspetti che finora avevano convinto poco. Per esempio, la ferita inferta alla spalla sinistra avrebbe colpito un’arteria uccidendo l’uomo nel giro di qualche minuto: difficile che in quelle condizioni Oetzi riuscisse a camminare in montagna. Eppure non tutti sono d’accordo, perché non c’è nemmeno una traccia che indichi che il cadavere sia stato trascinato. Inoltre sembra inusuale per una sepoltura la posizione particolare in cui è stato trovato il braccio.
Nel frattempo siamo arrivati a Umhausen. Prendiamo un autobus e risaliamo lungo la valle per Vent, da dove con un'escursione si può raggiungere il rifugio Similaun e da lì arrivare alla famosa stele posta a ricordo del ritrovamento archeologico così importante. Ma noi, da pigri quali siamo, ci fermiamo qui e ci gustiamo una fetta di Strudel alle mele, ripensando ai misteri che ancora oggi accompagnano la vita e, soprattutto, la morte di Oetzi.
(Fonte: Quarantadue)
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