

TOKYO - Bruna, 1 metro e 58 per 43 chilogrammi, Ucroa è l'ultimo robot umanoide, presentato oggi dai ricercatori giapponesi dell'Istituto di tecnologie industriali avanzate (AIST) che l'hanno sviluppata. Costata 200 milioni di yen (2,4 milioni di franchi) e tre anni di lavoro, Ucroa farà prossimamente i primi passi sulle passerelle di moda.
"Il nostro scopo era di concepire un essere dall'apparenza simile a quella umana, con un modo simile di muoversi e che potesse interagire con gli uomini", ha spiegato il direttore del programma Shuji. Questa signorina meccanica funziona grazie a microprocessori e obbedisce (più o meno) agli ordini vocali.
Il progetto non partiva da zero. Ucroa è infatti la prima rappresentante della quarta generazione di piattaforme umanoidi sviluppate dallo stesso istituto giapponese. Ma, a differenza dei predecessori, il nuovo modello ha una taglia e dei movimenti più eleganti. "Abbiamo studiato la camminata di una modella per creare le diverse posture", spiega Kajida.
Ucroa parla giapponese, sa presentarsi e rispondere ad alcune semplici domande. I ricercatori dell'AIST sperano di farla diventare una regina delle sfilate.
Diciamolo subito con chiarezza: no. Non ancora, almeno. Ma la possibilità teorica può essere esclusa? Il problema del pensiero delle macchine se l’era già posto Alan Turing, il padre dell’Intelligenza Artificiale. E aveva tentato una risposta pragmatica, con il celebre test con il suo nome.
In sostanza, si prende uno sperimentatore e lo si pone di fronte a due terminali oppure due sintetizzatori vocali, usando i quali può comunicare con un altro essere umano e con un computer. Lo sperimentatore non sa però quale, fra i suoi interlocutori, sia fatto di carne e quale di silicio. Comincia così la conversazione, su qualunque argomento: dalla politica alla religione, dallo sport alle barzellette spinte. Lo sperimentatore deve distinguere l’umano dal computer. Ed ecco la tesi di Turing: se lo sperimentatore fallisce, allora la macchina possiede dei pensieri proprio come una persona fatta di carne e sangue. Ha ragione?
Il problema filosofico soggiacente è molto profondo e va ben oltre le applicazioni tecnologiche dell’Intelligenza Artificiale. In effetti, se ci rifletti bene, la vera domanda non è “Una macchina può pensare?”, bensì “Chi altri può pensare oltre a me?”. Di fatto, l’unico pensiero del quale tu fai reale esperienza, l’unico pensiero che sei sicuro esista è... il tuo. E basta. Che gli altri esseri umani pensino a propria volta tu lo deduci dal loro comportamento esteriore: parlano, ridono, piangono, argomentano, si arrabbiano, giocano proprio come te, sicché tu concludi che nella loro testa ci sono pensieri analoghi ai tuoi. Ma non li vedi, quei pensieri, non li sperimenti in prima persona. Li deduci dall’esteriorità. Il Test di Turing ci pone allora una domanda provocatoria: se dal comportamento esteriore attribuiamo dei pensieri agli umani, perché dovremmo negarli a una macchina?
Fantascienza? Per il momento sì, abbiamo detto. Ma forse è solo questione di tempo. Ogni anno viene organizzato il Loebner Prize, attribuito a quegli scienziati le cui creature artificiali riescono, almeno in parte, a superare un Test di Turing. Siamo ancora molto lontani dal successo pieno, ma di anno in anno emergono sempre nuovi miglioramenti.
Poi, certo, la realtà tecnologica è fatta anche di pupazzotti come Ucroa, capace di formulare qualche semplice frase e di ancheggiare come una modella. Funzioni semplici. Nulla di paragonabile a Deep Blue, tanto per fare un esempio, ossia il computer che nel 1997 ha battuto il campione mondiale di scacchi Garry Kasparov. Se Ucroa non insegna molto sulle potenzialità del cervello artificiale, se non altro ci dice qualcosa sulle facoltà intellettuali necessarie in una società fondata sul culto dell’immagine.
Marco Cagnotti
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