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Niente Luna: dritti su Marte

Obama precisa le scadenze della sua nuova visione

 
Barack Obama durante il suo recente discorso al Kennedy Space Center. (Cortesia: NASA/Jim Grossman)
 
17
aprile
2010
03:00
Marco Cagnotti

“No, grazie, ci siamo già andati”: così possiamo riassumere la posizione di Barack Obama sulla riconquista statunitense della Luna. Aggiungendo: “Bisogna guardare oltre, verso Marte”. In realtà, com’è ovvio, il discorso di giovedì 15 aprile in un hangar del Kennedy Space Center, affollato da ingegneri, scienziati, uomini d’affari, astronauti, reporter, è stato assai più circostanziato, preciso e ricco. E doveva esserlo, dopo l’annuncio, risalente a due mesi fa, della cancellazione del programma Constellation che avrebbe dovuto riportare l’uomo sulla Luna. Doveva anche perché contro quella decisione si erano levate voci autorevoli, fra le quali nientemeno che quella di Neil Armstrong: una persona molto riservata e proprio per questo, quando ci mette la faccia, molto ascoltata.
Il primo uomo a toccare il suolo lunare con l’Apollo 11 aveva firmato, solo pochi giorni prima del discorso di Obama in Florida, una lettera aperta al Presidente insieme a Jim Lovell, comandante dell’Apollo 13, e a Eugene Cernan, comandante dell’Apollo 17. Nomi rimasti nella storia dello spazio. Nomi che pesano. Nomi che, in quell’occasione, hanno definito “devastante” il nuovo piano dell’Amministrazione Obama.
Amministrazione che però, dal canto suo, può vantare dei supporter almeno altrettanto autorevoli. Buzz Aldrin, per esempio, sceso sulla Luna subito dopo Armstrong nel 1969 e già due mesi fa sostenitore del nuovo corso obamiano. E anche Sally Ride, la prima donna astronauta americana. E inoltre il responso della Commissione Augustine, che aveva dichiarato il progetto Constellation non realizzabile nei limiti di tempo e di budget previsti.
Ma che cos’ha deciso davvero Obama? Se non altro, ha fissato termini e scadenze.
Anzitutto, niente più uomini sulla Luna. Poi la conclusione dei voli degli Shuttle nel 2011. Finanziamenti alle industrie private per 1,2 miliardi di dollari all’anno nei prossimi cinque anni, per sviluppare lanciatori privati. Progettazione, sviluppo e lancio di altre missioni automatiche per esplorare il Sistema Solare. E ancora: finanziamenti alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) fino a 3 miliardi all’anno a partire dal 2015. E questo nonostante il fatto che dall’anno prossimo gli Stati Uniti, con il pensionamento degli Shuttle, non abbiano più la possibilità di raggiungere la ISS autonomamente e debbano invece contare sulle Soyuz russe (50 milioni per ogni astronauta). Intanto però entro il 2015 dovranno progettare un nuovo lanciatore per inviare uomini non solo in orbita, ma nello spazio profondo oltre la Luna. Mentre la capsula Orion, in origine pensata per arrivare fino al nostro satellite naturale, dovrebbe diventare il veicolo di salvataggio della ISS. Inoltre verso il 2025 ci sarà una spedizione umana su un asteroide, a metà degli Anni Trenta una spedizione orbitale intorno a Marte e a seguire una discesa sul Pianeta Rosso. “Io sarò ancora in giro per vederlo”, ha precisato Obama. E questo è quanto. Ah, no, stavamo dimenticando un non trascurabile effetto collaterale: almeno 2.500 posti di lavoro in più nel comparto aerospaziale. Applausi.
Buzz Aldrin commenta: “Penso che sia il programma giusto nel momento giusto”. Beninteso se il Congresso lo approverà, ché ancora c’è da vedere se il legislativo condividerà la “bold new vision” obamiana.

 La trascrizione del discorso di Obama

 La lettera di Armstrong, Lovell e Cernan

 Le risposte di Aldrin e di Ride

 Il rapporto della Commissione Augustine (Seeking a Human Spaceflight Program Worthy of a Great Nation)

Ma quante cose possono cambiare?

Coraggioso, se non altro: così si può senza dubbio definire il discorso di Barack Obama.
Coraggioso perché “think different”, per usare un noto slogan pubblicitario di Apple. Siccome la Luna l’abbiamo ormai conquistata, che senso ha replicare, giusto un po’ più in grande, quanto fatto ormai 40 anni or sono? Non per nulla il programma Constellation era stato definito “Apollo con gli steroidi”. Pensare differente quindi, ma... per andare dove? Ecco la risposta di Obama: oltre. Oltre la Luna, dapprima sugli asteroidi e poi su Marte.
Coraggioso anche perché rinuncia a quanto già realizzato (e sono miliardi!) e riparte daccapo. Beh, non proprio daccapo, visto che la tecnologia è un po’ come il maiale: non si butta mai via niente. Ed è ragionevole aspettarsi che molta ricerca già fatta torni ancora utile. Ma di fatto sì, il paradigma è del tutto diverso.
Lascia un po’ perplessi quell’accenno a missioni umane verso Marte senza discesa al suolo, rinviata a una successiva occasione. E’ vero che 40 anni or sono si fece proprio così. Ma la Luna è lì, a tre giorni di viaggio. Inoltre la conquista venne programmata così, a tappe, proprio perché le tecnologie e le procedure di ogni fase successiva dovevano ancora essere sviluppate, e il tempo stringeva per rispettare la promessa fatta da Kennedy nel 1962: entro la fine del decennio un uomo sulla Luna. E poi c’era la gara coi Sovietici...
Invece per arrivare al Pianeta Rosso nella migliore delle ipotesi ci vorranno mesi di viaggio per gli astronauti, lontani dalla protezione offerta dal campo magnetico terrestre e quindi sottoposti all’intenso bombardamento delle radiazioni dello spazio profondo e con la non trascurabile probabilità di sviluppare, al ritorno, il cancro o la leucemia. E che si fa? Li si manda lassù giusto per scattare qualche foto e poi tornare indietro? Difficile anche solo immaginarlo.
Ma il vero tallone di Achille del piano obamiano è il termine temporale lunghissimo. Kennedy nel 1962 prospettava un successo entro dieci anni: un limite ragionevole e verosimile. Tanto più considerando la volontà dell’intera nazione, compatta dietro di lui e trepidante nel seguire le gesta degli astronauti: l’Apollo fu davvero la conquista di un popolo unito. Ma ora tutto è diverso. Di andare su Marte, magari con gli Europei e i Russi, agli Americani interessa pochino. Ben altre sono le priorità: la crisi economica, il degrado ambientale, le guerre...
E poi andarci... quando? Fra trent’anni? Quante cose possono cambiare da qui a là? Quanti presidenti con idee differenti, prospettive diverse, nuovi problemi interni saranno eletti? Quante altre crisi devasteranno l’economia? Quante volte i programmi statunitensi per la conquista dello spazio potranno o dovranno essere riscritti?
I sogni sono belli e importanti. Aiutano a vivere bene. Ma un Presidente, per quanto sincero e ben intenzionato, non può tutto. Specie se i suoi sogni sono troppo grandi e lontani e non esprimono la volontà profonda dei cittadini che lui rappresenta.

  Obama talks at the Cape, pumps up NASA budget, who sells?

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