


La risposta (ma dai?) è ovviamente: “Sì, certo”. Ci mancherebbe altro. Adesso ci fermiamo pure nell’evoluzione strumentale. Ché grande è bello. O no?
In linea di principio sì. Per i telescopi, almeno. Mica per l’ingrandimento: quello conta fino a un certo punto. Ma soprattutto per la quantità di luce raccolta. E quella dipende dall’apertura del telescopio, cioè dalla superficie che raccoglie la luce. Nel caso dell’occhio nudo è la pupilla: al massimo 7-8 millimetri. Basta però un piccolo strumento con un obiettivo da 8 centimetri e la luce raccolta diventa 100 volte di più. Infatti la quantità di radiazione raccolta dipende dall’area, che va come il quadrato del diametro. Perciò decuplicare il diametro centuplica la luminosità. Si immagini poi che cosa può fare un obiettivo da 80 centimetri. O addirittura da 8 metri: un milione di volte più luce di quanta ne raccolga la pupilla umana. Follia? Per niente: 8 metri è la taglia dei telescopi più grandi in questo momento. Che quindi consentono di rivelare la luce di oggetti debolissimi e di separarne chiaramente i dettagli. Ma l’evoluzione strumentale non si arresta e va molto oltre.
Nei giorni scorsi il Consiglio dell’European Southern Observatory (ESO) ha fatto un altro passo verso l’E-ELT, acronimo che sta per European Extremely Large Telescope. E parliamo di un affare da 39,3 metri di diametro, con un obiettivo costituito da uno specchio segmentato. Il tutto da piazzare sul Cerro Armazones, in Cile, non lontano dal Cerro Paranal dove già si trova il Very Large Telescope, formato da quattro strumenti da 8,2 metri ciascuno, e da La Silla, dove sorge un altro ricco gruppo di strumenti dell’ESO. Insomma, i deserti cileni sono il paradiso dell’astronomia dal suolo. E non è un caso: laggiù i cieli sono fra i migliori del mondo per le osservazioni, grazie allo scarso disturbo dell’inquinamento luminoso e alle condizioni atmosferiche eccezionali. E la Svizzera, pure membro dell’ESO, fa la sua parte, finanziando l’ente e ricavandone tempo di osservazione per i propri scienziati, oltre ovviamente alla partecipazione alle commesse per la costruzione degli strumenti.
La strada verso l’E-ELT sembra spianata ma non del tutto priva di ostacoli. Affinché il programma abbia inizio è necessario che almeno 10 Stati membri (cioè i due terzi del totale) votino a favore. L’hanno già fatto la Svizzera, l’Austria, la Germania, l’Olanda, la Repubblica Ceca e la Svezia. E fanno sei. Altri quattro, cioè Belgio, Finlandia, Italia e Inghilterra, ci stanno pensando e aspettano la decisione ufficiale dei propri governi. Costo del tutto: più di un miliardo di euro. Che cominceranno a essere spesi solo quando i contributi promessi arriveranno al 90 per cento del totale. Comunque i primi contratti sono stati assegnati e si è già cominciato a lavorare sul progetto del grande specchio M4, che sfrutterà l’ottica adattiva. E, se poi andrà tutto come si spera, l’E-ELT vedrà la “prima luce” (come si dice in gergo) all’inizio del prossimo decennio.
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