
Ma insomma, queste microsferule ci sono o non ci sono? Paleoantropologi, geologi e archeologi litigano negli Stati Uniti su uno spinoso problema: la fine della cultura Clovis fu provocata da una catastrofe celeste?
La cultura Clovis risale a più di 10 mila anni fa, e da molti studiosi è stata considerata a lungo la progenitrice di tutte le culture native delle due Americhe: una tesi che ora viene contestata, alla luce di teorie più recenti. Sia come sia, di fatto il popolo Clovis sopravvisse solo per alcune centinaia di anni e poi scomparve quasi di colpo. Seguì un forte raffreddamento climatico, lo Younger Dryas. I Clovis sparirono quindi per colpa del freddo? Oppure lo stesso mutamento climatico aveva un’altra causa, alla quale va quindi imputata l’estinzione di questa cultura preindiana?
Proprio questa è la tesi di un gruppo di ricercatori californiani guidati da Richard Firestone, del Lawrence Livermore National Laboratory. Per dimostrarlo, nel 2007 hanno pubblicato un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” (PNAS), nel quale documentavano la scoperta di microsferule magnetiche in 25 siti archeologici, compresi otto dei Clovis. Ma che c’entrano? Secondo questi studiosi, le microsferule sono la conseguenza di una catastrofe continentale. Una catastrofe arrivata dallo spazio: una cometa esplosa nel cielo nordamericano, provocando dapprima incendi su vasta scala e poi il mutamento climatico, l’estinzione di molte specie viventi e quindi, inevitabilmente, anche il collasso della cultura Clovis. Ma è proprio vero?
L’ipotesi della cometa viene ora messa in discussione da una nuova ricerca, pubblicata sempre su PNAS. Todd Surovell, un archeologo dell’Università del Wyoming, con i suoi collaboratori ha indagato su sette siti archeologici, fra i quali anche due già studiati dai californiani. E non ha trovato niente di niente. Non uno straccio di microsferula. Niente microsferule, quindi niente cometa. Perciò lo Younger Dryas avrebbe un’altra causa e la morte dei Clovis non sarebbe giunta dalle profondità del cosmo.
Ma i californiani non ci stanno. La loro risposta è già arrivata: Surovell e i suoi si sbagliano, perché hanno usato un metodo inadeguato per estrarre, identificare e misurare le microsferule. Sicché non c’è da stupirsi se non hanno trovato niente.
La discussione potrebbe limitarsi a questi due gruppi di studiosi, se però non fossero coinvolti anche altri. Perché, se davvero fu colpa di una cometa, ben altre tracce dovrebbero saltar fuori, oltre alle microsferule. Per esempio, che cos’è rimasto degli incendi? Ecco un altro problema della teoria: niente. Non è rimasto niente. Altri scienziati hanno cercato resti del fuoco che devastò il continente, resti che dovrebbero pure essere rimasti da qualche parte. Ma non hanno scovato nulla. Per esempio, in febbraio Jennifer Marlon, dell’Università dell’Oregon, con alcuni colleghi ha pubblicato il resoconto di studi sui pollini e sul carbone di quell’epoca, alla ricerca di tracce degli incendi ricollegabili all’estinzione dei Clovis. Risultato: niente di significativo.
Che dire? Non rimane che aspettare. E’ questione di pochi mesi, d’altronde. Nessuno può tornare indietro nel tempo di 13 mila anni. Però, a breve termine nel futuro, arriveranno nuovi articoli, nuovi risultati, nuove misure, adesso in corso di pubblicazione. Che dovrebbero fare chiarezza. Si spera. Anche considerando che le comete nel sistema solare sono decine di migliaia, che già hanno mostrato la capacità di colpire i pianeti (Giove nel 1994, per esempio), e che quindi sarebbe meglio comprendere quali potenziali pericoli corre anche la Terra.
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