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Eureka | Terra - 10 nov 2009 23:00

Un vulcano in città

Perforazioni (forse pericolose) nei Campi Flegrei

Che effetto fa vivere con un vulcano sotto i piedi? Dipende. Se il vulcano è spento da tempo immemorabile, potrebbe succedere di non accorgersene neppure. Se invece è solo addormentato e ogni tanto brontola, allora conviene indagare sulle sue intenzioni. Hai visto mai che voglia risvegliarsi? C’è un problema, però: l’indagine stessa, se invasiva, può destare il dormiente. E allora son dolori.
E’ il caso dei Campi Flegrei, una zona di attività vulcanica e di intensa urbanizzazione a due passi da Napoli. La presenza di fumarole attive ha indotto gli Antichi a immaginare in quest’area l’accesso all’Ade, cioè il mondo degli Inferi. D’altronde loro non potevano saperlo, ma proprio qui, 39 mila anni fa, si scatenò un’eruzione devastante, su scala continentale. Roba che, se si ripetesse, ricoprirebbe tutta l’Europa con uno strato di cenere (quindi non è proprio il caso di fare spallucce e pensare che Napoli è lontana e la faccenda non ci riguarda). La stessa città di Napoli, di fatto, si trova sui resti dell’antica caldera prodotta da quell’evento. E, secondo gli esperti, l’area dei Campi Flegrei è tuttora una delle aree vulcaniche più a rischio dell’intero pianeta, attiva anche in epoche più vicine a noi. Alcuni depositi risalenti a 4.000 anni fa provano che anche allora ci fu un intenso periodo eruttivo. Preceduto da un sollevamento del terreno. Guarda un po’, un analogo sollevamento è avvenuto anche di recente: il porto di Pozzuoli, per esempio, fra gli Anni Sessanta e oggi si è sollevato di ben 3 metri. Vorrà dire qualcosa? Ci sarà da preoccuparsi? Siamo alla vigilia di un’altra devastazione?
Per rispondere a queste domande bisogna anzitutto saperne di più. Ma è molto difficile. Certo, si possono effettuare test in laboratorio con campioni di rocce, per simulare la deformazione del terreno prima di un’eruzione e confrontarla con la deformazione reale, osservata sul campo. Ma tutt’altro conto è osservare davvero ciò che accade in profondità, raccogliendo misure dirette. Per ottenerle bisogna andare all’origine, cioè scavare. Ebbene, questo è lo scopo del Campi Flegrei Drilling Project, che a partire da dicembre, o al più tardi da gennaio, intende perforare il suolo in sette punti per individuare le zone di frattura e le sacche di magma, e soprattutto per capire dove il magma potrebbe eventualmente risalire. La profondità massima programmata è intorno a 4 chilometri. Ma qualcuno ha paura.
C’è infatti il timore di un’eruzione provocata involontariamente dagli stessi scienziati. Non è un timore del tutto infondato. Gli incidenti durante le perforazioni scientifiche non sono rari. Alle Hawaii nel 2005, per esempio. E ancora nel giugno scorso in Islanda, quando lo scavo arrivò a 2104 metri e il liquido del perforatore venne vaporizzato incontrando il magma, esplodendo. Succede, insomma. Ma... una vera e propria eruzione? Possibile? Per la verità l’incontro con una grossa camera magmatica ad alta pressione potrebbe, in teoria, scatenare un evento devastante. Solo in teoria, però. Perché i geologi impegnati sui campi Flegrei ammettono che sì, un rischio c’è, ma è molto modesto. E spiegano che 4 chilometri di buco sembrano tanti, ma in effetti sono solo la metà della distanza fra la superficie e la camera magmatica conosciuta più superficiale.
Chissà se le rassicurazioni basteranno ai napoletani? D’altronde il fatalismo partenopeo è proverbiale. E san Gennaro ci metterà una buona parola.

10.11.2009 - 23:00
Marco Cagnotti | Aggiornamento: 11 nov 2009 06:38
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