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Eureka | Terra - 5 dic 2009 03:00

Grandi navi come sensori climatici

Chiariranno gli scambi oceanici di anidride carbonica

Anidride carbonica: la grande colpevole (pare) del riscaldamento globale. Provoca infatti l’effetto serra: l’energia proveniente dal Sole rimane intrappolata e la temperatura media cresce. La colpa (sempre pare) è nostra, perché bruciamo i combustibili fossili come il carbone e il petrolio per produrre energia. L’anidride carbonica è un sottoprodotto e... voilà: il clima muta.
La questione, com’è noto, è controversa: alcuni (pochi, ma autorevoli) climatologi ritengono che non se ne sappia abbastanza sul clima e sul bilancio dei gas per avere la certezza della responsabilità umana. Però su un fatto sono tutti d’accordo: bisogna indagare di più. Se la causa principale è davvero l’effetto serra, è necessario chiarire come e quanto l’anidride carbonica venga scambiata fra l’atmosfera e l’oceano. Già, perché il gas non rimane tutto nell’aria: per un quarto è assorbito dalle piante e per un altro quarto dalle grandi masse d’acqua. Ma sarà sempre così? Per saperlo, andiamo in crociera.
Nel 2007 una ricerca sembrava aver mostrato come l’anidride carbonica prodotta dalle attività umane resti in percentuale maggiore nell’atmosfera: fra il 1959 e il 2006 sarebbe cresciuta dal 40 al 45 per cento. Spiegazione: gli oceani ne hanno assorbita di meno. Perché? Probabilmente perché si stanno saturando. Ma pochi mesi fa ecco un risultato in contraddizione, che sembra negare il precedente. Tutto normale: prima di arrivare a una conclusione definitiva, nella ricerca scientifica c’è sempre un po’ di agitazione e di confronto fra misure in apparente contraddizione fra loro. Per venirne fuori c’è solo un sistema: rimboccarsi le maniche e studiare di più.
Nel caso dell’assorbimento oceanico dell’anidride carbonica, manca soprattutto una bella mappatura completa, su vasta scala. La soluzione, in teoria, è semplice: sparpagliare boe con sensori in tutti gli oceani e poi raccogliere i dati e studiarne l’evoluzione nel tempo. In teoria, perché nei fatti manca un elemento importante: i soldi. Una rete globale di sensori oceanici costa un sacco di quattrini. Però, però...
...però negli oceani c’è già qualcosa potenzialmente utilizzabile. Meglio ancora delle boe: qualcosa in costante movimento. Sono i grandi cargo portacontainer e le navi da crociera. Perché non sfruttarli?
Detto, fatto. Nell’ambito del CarboOcean Project dell’Unione Europea sono stati sviluppati dei sensori chimici per rilevare la quantità di anidride carbonica disciolta nelle acque superficiali e presente nell’atmosfera immediatamente circostante. Il primo prototipo, nel 2002, si è rivelato un fallimento. Ma una versione successiva, a partire dal 2005, è risultata funzionare perfettamente ed è stata montata su quattro cargo commerciali e una nave da crociera: tutte navi in servizio regolare sulle rotte dell’Atlantico Settentrionale. Da allora sono state raccolte ben 125 mila misure, la cui analisi è stata oggetto nei giorni scorsi di un articolo pubblicato su “Science” da Andrew Watson, dell’Università dell’East Anglia, e dai suoi colleghi.
Risultato: ancora grande incertezza. E’ sempre molto difficile capire qual è la tendenza nell’assorbimento oceanico dell’anidride carbonica. Sempre che una tendenza ci sia poi davvero. Di sicuro ci sono variazioni temporali importanti fra un anno e l’altro. E, in ogni anno, variazioni stagionali nei flussi. Non solo: l’assorbimento cambia parecchio anche da un luogo all’altro. Un fallimento della ricerca, dunque?
Niente affatto. Perché anzitutto di certo si sa che bisogna indagare più a fondo. Inoltre questo metodo di indagine si è rivelato potente, semplice, flessibile, economico. E potenzialmente estendibile a tutto il pianeta, visto che le grandi navi solcano tutti gli oceani. Quindi ci vogliono solo pazienza e tempo.
Ma proprio qui sta il problema: il tempo. Il clima non sta ad aspettare i nostri comodi, purtroppo.

5.12.2009 - 03:00
Marco Cagnotti
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