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Eureka | Terra - 3 gen 2010 03:00

Dal suolo un indizio sul clima

L'anidride carbonica è molto più importante del previsto

Calcite, si chiama. Formula chimica: CaCO3. Quindi un composto del calcio e del carbonio. Preziosa e importante, si trova nel suolo e per molto tempo è stata usata come indicatore del tasso di anidride carbonica nell’aria, consentendo così agli scienziati di ricostruire la composizione atmosferica nel passato, fino a 450 milioni di anni fa: una conoscenza essenziale per capire come il clima sia cambiato e, soprattutto, come sta cambiando adesso. Ebbene, a quanto pare ci sbagliavamo. E la situazione potrebbe essere peggiore del previsto.
Quanta anidride carbonica c’era nell’aria del passato? E’ difficile dirlo, specie se quel passato è davvero molto remoto. Però dal tasso di formazione della calcite nel suolo si può ricavare una stima verosimile. Che è stupefacente: nelle epoche più calde, anche 3-4.000 parti per milione (ppm). Cioè dieci volte di più di quanta ce ne sia ora. Tuttavia questo risultato è controverso, perché altri metodi, ritenuti però meno accurati, danno valori differenti. Comunque, nell’ipotesi che le stime basate sulla calcite siano corrette, dovremmo sentirci tranquilli: per rendere il clima terrestre molto più caldo di quello attuale, di anidride carbonica ce ne vorrebbe davvero parecchia.
Ora però Dan Breecker, un chimico del suolo che opera presso l’Università del Texas a Austin, con i suoi collaboratori viene a dirci che no, forse non dovremmo sentirci così tranquilli. Perché dai loro studi, pubblicati in un articolo sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” (PNAS), emerge che, anche nelle epoche più torride, di anidride carbonica in realtà ce n’era molta meno: forse solo 1.000 ppm. Spingendosi lungo tutto il Nordamerica, dal Saskatchewan al New Mexico, gli scienziati hanno studiato quanta anidride carbonica viene liberata dai suoli moderni quando si forma la calcite. “Devi solo mettere una scatola sul terreno e aspettare che si riempia di anidride carbonica”, ha spiegato Breecker in un’intervista rilasciata a “Nature”. “Il tasso di crescita della concentrazione ti fornisce il flusso nell’atmosfera”. Fatta questa misura, i ricercatori hanno poi esteso la conoscenza acquisita al passato, basandosi sulla quantità di calcite ritrovata nei sedimenti risalenti fino a 450 milioni di anni fa. E ne hanno ricavato concentrazioni di anidride carbonica ridotte fino a 4 volte: intorno appunto a 1.000 ppm anche nei periodi più caldi, come si è detto. Un risultato finalmente compatibile, fra l’altro, con metodi differenti e indipendenti dall’analisi del suolo.
Questa notizia ci riguarda? Certamente sì. Perché l’anidride carbonica è un gas che provoca l’effetto serra: intrappola nell’atmosfera l’energia proveniente dal Sole. Ora ce ne sono circa 380 ppm: un valore che è andato crescendo negli ultimi 200 anni. E non è un caso, perché siamo noi esseri umani che ne abbiamo prodotte e stiamo continuando a produrne grandi quantità ricavando energia dai combustibili fossili. La maggior parte dei climatologi è convinta che proprio il contributo umano sotto forma di gas serra è necessario per spiegare il riscaldamento globale osservato.
Si tratta però di comprendere bene quanta anidride carbonica ci voglia per aumentare significativamente la temperatura media. Ecco perché il risultato di Breecker e dei suoi colleghi è importante: se avessero ragione, sarebbe molta meno del previsto. Un fatto decisamente preoccupante, perché il clima può essere più sensibile di quanto pensassimo ai livelli di anidride carbonica. Bisognerà tenerne conto nei modelli sviluppati per prevedere i mutamenti climatici. Sebbene, bisogna pur dirlo, questo risultato debba ancora essere confermato da altre ricerche indipendenti e lo stesso Breecker ci tenga a precisare che il suolo potrebbe riflettere più i cambiamenti climatici a lungo termine, su tempi dell’ordine delle centinaia di migliaia e perfino dei milioni di anni, piuttosto che quelli a breve termine, sulla scala dei secoli, come quelli a cui stiamo assistendo noi.

3.01.2010 - 03:00
Marco Cagnotti
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