
La Groenlandia è più calda dell’Antartide. Però la sua coltre ghiacciata non si frammenta come quella agli antipodi. Perché? Secondo due studiosi americani, proprio perché è ghiacciata. Paradossale ma (sembra) vero.
L’estate del 2002 fu straordinariamente calda per l’Antartide, con temperature fino a 4 gradi sopra lo zero. Le conseguenze furono impressionanti: un enorme frammento della banchisa antartica, Larsen B, si staccò e formò poi un’immensa isola galleggiante, diretta verso latitudini più elevate. Molto più a nord, a migliaia di chilometri di distanza, anche l’Artide risentiva di un riscaldamento climatico, con temperature estive addirittura con picchi fino a 11 gradi nell’ultimo mezzo secolo. Ma senza alcuna perdita di banchisa negli oceani. Richard Alley, glaciologo della Pennsylvania State University, insieme al collega Byron Parizek spiega ora le ragioni dell’anomalia in un articolo pubblicato sul “Journal of Geophysical Research”: secondo i modelli matematici dei due scienziati, il motivo sta nel legame fra la temperatura ambientale e la fusione del ghiaccio.
In Antartide la fusione si verifica quando ormai il ghiaccio già galleggia sull’oceano: non è più una crosta ghiacciata continentale ma è ormai una banchisa. L’acqua forma dei laghi e lentamente apre dei crepacci, che diventano immense fessure e frammentano la banchisa... i cui pezzi alla fine si separano e se ne vanno per i fatti loro. In Groenlandia invece la fusione avviene quando il ghiaccio è ancora sul terreno. E si aprono i crepacci, ma i laghi si svuotano e l’acqua raggiunge il suolo e scorre via verso l’oceano, mentre il ghiaccio soprastante resta lì e, anzi, si riforma chiudendo le fessure. Risultato: la crosta ghiacciata artica si mantiene.
Se davvero è l’alta temperatura ad aiutare l’Artide, allora il riscaldamento globale potrebbe dare una mano anche all’Antartide: secondo i modelli matematici, lo stesso fenomeno potrebbe infatti stabilizzare anche la coltre ghiacciata nei pressi del Polo Sud. Ma attenzione: sarebbe un risultato solo provvisorio, tiene a precisare Alley, perché poi l’acqua dell’oceano si infiltra sotto il ghiaccio e lo erode da sotto. Lo si è visto, per esempio, a metà degli Anni Novanta, quando si staccò il fronte del ghiacciaio artico Jakobshavn.
C’è quindi ancora molto da osservare e da studiare e da simulare. Ma non da stare tranquilli: comunque vada, c’è puzza di fregatura. Nell’attesa, prepariamoci mettendo alla prova la nostra cultura climatica con un test proposto dalla NASA.
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