


“Ma a chi volete che importi di monitorare i vulcani?”: un concetto espresso da Piyush Jindal, governatore della Louisiana, repubblicano, già noto come difensore dell’insegnamento dell’Intelligent Design nelle scuole del proprio Stato. Una “perla” che fa il paio con la nota affermazione di Sarah Palin sullo spreco dei soldi dei contribuenti per studiare cose inutili come il moscerino della frutta. Intanto, per dimostrare la balordaggine di Jindal e degli scientofobi pari suoi, l’Eyjafjallajökull dà spettacolo e mette in crisi l’Europa. Se hanno ragione alcuni scienziati islandesi, quest’eruzione potrebbe essere solo l’antipasto.
La ricerca di Gudrun Larsen, Magnus T. Gudmundsson e Helgi Björnsson, dell’Università d’Islanda, è apparsa su “Geology” nel 1998: inutile spiegare il motivo della sua attualità, a 12 anni dalla pubblicazione. Larsen e i suoi colleghi sono andati a spulciare fra i dati raccolti sugli strati lavici, sui carotaggi nei ghiacci e sulle antiche cronache storiche, coprendo un lasso temporale di 800 anni. E hanno scoperto un fatto: le eruzioni islandesi manifestano una ciclicità. Non proprio precisa precisa, ma sufficiente se non altro per prevedere l’arrivo di tempi grami. A provocare quest’andamento periodico sarebbero le pulsazioni profonde del magma. Risultato: un ciclo di 50-80 anni. E la recrudescenza vulcanica nel decennio trascorso fra la pubblicazione di quell’articolo e oggi induce a pensare che ci stiamo dirigendo verso un nuovo massimo di attività. C’è da preoccuparsi?
Parecchio. Infatti, per esempio, la regione del ghiacciaio Vatnajökull ha visto non più di tre eruzioni ogni 40 anni nei periodi di bassa attività, ma fino a 11 quando il ciclo è al massimo. Non bastasse questo, le eruzioni diventano anche più intense. Straordinariamente più intense. Mostruosamente più intense. Si pensi, tanto per dire, all’eruzione del vulcano Laki durante otto mesi a cavallo fra il 1783 e il 1784: 14 chilometri cubi di materiale eiettato, immense nuvole di composti velenosi sparpagliati sull’isola e sul continente europeo. Come conseguenze, la metà degli animali domestici isolani sterminati e, negli anni a seguire, un quarto della popolazione islandese uccisa prima dall’avvelenamento e poi dalla carestia. Decine di migliaia di morti in Europa sono state associate a quell’eruzione. Le ripercussioni si fecero sentire fino in Egitto, dove, secondo una ricerca del 2006, la carestia provocata dalle scarse inondazioni del Nilo ridusse di un sesto la popolazione.
Oggi stiamo qui ad agitarci perché non possiamo volare per qualche giorno. Se hanno ragione i ricercatori islandesi e siamo all’inizio di un nuovo massimo di attività vulcanica, con un picco fra il 2030 e il 2040, le vacanze a Sharm el- Sheikh saranno la nostra ultima preoccupazione.
(Fonte: Stukhtra)
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