


Per riuscire a toccare le cime più alte di solito che fai? A parte farlo fare a gli altri, ti arrampichi. Sudi, ti allunghi, guardi intorno se c’è un appiglio, un "apriti Sesamo" che ti farà scoprire una nuova via per andare ancora più su. Immagina se invece ti bastasse un tuffo in acqua. Ecco, magari non proprio un tuffetto: immagina di scendere per centinaia di metri sotto la superficie del mare e di trovarti magicamente sul cocuzzolo di una montagna. Anzi, meglio, di un vulcano. Ora, siccome l’impresa è impegnativa e tu sei un po’ pigro, immagina di mandarci un robot, un aggeggio supertecnologico che ti invia in tempo reale immagini e filmati dagli angoli più nascosti degli abissi e che tu guidi tramite un sistema satellitare. E adesso smetti di fantasticare, perché sta già succedendo.
Succede infatti al largo delle coste indonesiane, dove un team di ricercatori ha recentemente scoperto uno dei vulcani più alti della zona: il Kawio Barat è alto circa 3.000 metri e sta sul fondo dell’oceano a nord dell’isola di Sulawesi. La scoperta è avvenuta appunto grazie a un robottino subacqueo che, sfruttando un sonar di ultima generazione e un sofisticato sistema per l'acquisizione di immagini, sta scandagliando i fondali dell’oceano. Da circa un mese e mezzo la sonda sottomarina perlustra gli abissi come non era mai stato fatto prima: è il progetto Ocean Explorer, della National Oceanic and Atmospheric Administration statunitense, e ci regala immagini inedite dei fondali oceanici e degli organismi che ci vivono.
Si tratta di una collaborazione tra gruppi di ricerca americani e indonesiani che ha portato a spedizioni i cui risultati continuano a stupire. L’obiettivo è quello di esplorare regioni finora mai raggiunte (e ce ne sono...) per avere una mappatura dettagliata del territorio sottomarino e ottenere informazioni che aiutino a capire meglio gli equilibri di questo ecosistema. L’area in cui è stato localizzato il vulcano Kawio Barat è effettivamente situata lungo una direttrice particolare: l’anello di fuoco, che non c’entra con Tolkien ma è una delle regioni della crosta terrestre a più elevata attività vulcanica.
Quest'area è di enorme interesse per svariati motivi, come spiega il microbiologo James Holden, dell’Università del Massachusetts ad Amherst, negli Stati Uniti. Ci sono infatti alcuni esseri in grado di sopravvivere alle temperature estreme e alla carenza di ossigeno dell’ambiente vulcanico. Alcuni di questi batteri possono, per esempio, sfruttare a proprio vantaggio temperature di 80-120 gradi sopravvivendo in habitat apparentemente incompatibili con la vita. Non a caso si chiamano estremo fili. Essi sono, tra le altre cose, importanti bioindicatori che consentono di monitorare l’equilibrio ambientale di queste aree.
Avere il maggior numero possibile di informazioni sui meccanismi che regolano un ecosistema delicato e complesso come questo è importante anche per prevedere l’impatto che avranno su di esso i cambiamenti climatici. In una zona in cui la pesca è una delle principali fonti di sussistenza, conoscere gli effetti dell’attività antropica in aggiunta all’intensa attività geotermica della regione è di particolare interesse. Oltre al fatto che vedere in tempo reale immagini di posti tanto remoti e inaccessibili ha un che di particolare.
Nel buio più remoto, a profondità pazzesche, ci sono organismi che nuotano come se niente fosse. Questa spedizione, che terminerà il 14 agosto, ci sta svelando un po’ delle loro vite. Ammirando i video trasmessi dalla sonda si ha come l’impressione di sbirciare dietro le tende di casa di uno sconosciuto: spesso sai cosa aspettarti, ma poi rimani di stucco.
(Fonte: Quarantadue)
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