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Eureka | Vita - 15 giu 2010 03:00

Occhi aguzzi e... difettosi

Non sono perfetti, ma funzionano benissimo

L’evoluzione stavolta ha toppato: poteva far di meglio. Infatti il nostro occhio è fatto al contrario: i recettori che ci consentono di vedere sono messi sul fondo invece che sulla superficie della retina. Un piccolo difetto architettonico che complica un po’ il nostro modo di vedere le cose. Tuttavia alcuni scienziati hanno forse scoperto come l’evoluzione stessa ha superato questo piccolo inghippo. Presso il Technion-Israel Institute of Technology di Haifa, i ricercatori Amichai Labin ed Erez Ribak hanno sviluppato un modello matematico del funzionamento della retina e hanno trovato che, effettivamente, la sua struttura “rovesciata” rende la visione più efficiente.
Immaginate una lampadina attaccata al soffitto. In una situazione normale il sistema di cavi che la collegano all’impianto elettrico passa da dietro. Cosa pensereste se i cavi prima di poter entrare nel muro fossero costretti a uscire dalla testa della lampadina? E’ assolutamente contro-intuitivo: in questo caso sareste costretti a fare un buco sulla superficie della lampadina (dal lato opposto!) per far uscire i cavi e il risultato sarebbe un’illuminazione non uniforme e con una bella macchia scura al centro. Ecco, la retina del nostro occhio è fatta così. Che fregatura. Sul fondo del bulbo oculare si trova un sottile tappetino a più strati di cellule: la retina, appunto. Dove mettereste lo strato di cellule sensibili alla luce? Su quello più superficiale, ovvio. Invece no. La luce deve prima attraversare un tunnel di cellule di supporto e solo alla fine arriva sui fotorecettori, che sono di due tipi: coni e bastoncelli. Sembra piuttosto complicato, ma una spiegazione c’è.
Nel 2007 alcuni ricercatori, studiando la retina dei porcellini d’India, scoprirono che le cellule di supporto funzionano un po’ come delle fibre ottiche per i fotorecettori. Si chiamano anche cellule di Muller, hanno un corpo appiattito che copre la superficie della retina e un prolungamento a manicotto che convoglia la luce ai piani inferiori su coni e bastoncelli. Oltre a offrire sostegno e nutrimento, queste cellule sembrano direzionare meglio la luce sui fotorecettori. Per confermare questi dati, adesso gli scienziati israeliani hanno creato un modello basandosi su dati relativi alla retina umana e hanno visto che le cellule di Muller agiscono come un filtro per la luce visibile. Sulla retina arriva un fascio di luce principale, direttamente attraverso la pupilla, e una luce di fondo che prima è stata più volte riflessa dalle varie strutture dell’occhio creando una specie di rumore di fondo. Le cellule di Muller avrebbero la funzione di ridirezionare i fasci luminosi in modo che l’immagine finale sia nitida.
La notizia, pubblicata di recente su “Physical Review Letters”, apre nuove prospettive per capire come si sia evoluta la retina dei vertebrati. Cioè come uno svantaggio iniziale sia diventato una risorsa.
(Fonte: Quarantadue)

15.06.2010 - 03:00
Anna D'Errico
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