
Febbre ciclica, cefalea violenta, brividi: sono solo alcuni dei sintomi della malaria, una malattia trasmessa dalla zanzara Anopheles che inietta nel sangue della persona punta un parassita, il Plasmodium falciparum. Un’antica condanna per l’uomo, tanto che gli scienziati sostenevano che il flagello ci perseguitasse da ben 10 mila anni. Un nuovo studio, pubblicato su “Current Biology”, ci dice che in realtà, quando l’uomo abbandonò il continente africano, tra 50 e 60 mila anni fa, era già affetto da questa malattia.
C’è chi pensa che l’antenato del parassita abbia infettato l’ultimo antenato comune a uomo e scimpanzé, circa 6 milioni di anni fa, e poi sia evoluto insieme a Homo sapiens. Nel contempo, una specie correlata, Plasmodium reichenowi, coevolse con gli scimpanzé. Invece qualcun altro, come Francisco Ayala, dell’Università della California a Irvine, ritiene che Plasmodium reichenowi abbia saltato la barriera tra una specie e l’altra e sia passato dagli scimpanzé all’uomo abbastanza recentemente, diventando poi Plasmodium falciparum. Questo potrebbe essere accaduto circa 10 mila anni fa, quando gli uomini iniziarono a praticare l’agricoltura e si stabilirono in villaggi. Tutto torna, dato che a quel tempo l’irrigazione e le capanne avrebbero creato un terreno di riproduzione ideale per le zanzare, aiutando il parassita a diffondersi.
Il nuovo studio non chiarisce completamente se la co-evoluzione sia avvenuta o meno, ma propone quest’ipotesi: la malaria potrebbe non essere nata con l’agricoltura. Gli autori, appartenenti a 13 istituti di quattro continenti, hanno pensato che, se gli uomini avessero sofferto di malaria quando lasciarono l’Africa, questo sarebbe stato evidente nella natura genetica delle popolazioni dei parassiti che si trovano nelle diverse parti del mondo. I parassiti più lontani dall’Africa avrebbero mostrato meno variabilità genetica. Così il gruppo di ricerca ha analizzato centinaia di campioni in sette Paesi, sequenziando due geni del parassita per determinare la variabilità genetica in ogni popolazione locale, dall’Africa occidentale all’Indonesia e all’Oceania. I risultati sono stati un successo. “La correlazione è molto forte”, dice il principale autore dello studio, Francois Balloux, del Centre for Outbreak Analysis and Modelling (MRC) di Londra. “E il modello si accorda bene con la migrazione umana dall’Africa”.
La variabilità genetica del parassita della malaria è un punto di forza per la sua sopravvivenza, dato che lo aiuta a sopraffare il sistema immunitario e a sviluppare resistenza ai farmaci. Così queste ricerche diventano estremamente importanti per sviluppare cure e trattamenti più efficaci contro una malattia che infetta ogni anno centinaia di milioni di persone, mietendo più di un milione di vittime.
(Fonte: Quarantadue)
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