







Un parco marino, duemila persone "trasferite" con la forza, la Corte europea per i diritti dell'uomo e una base americana di grande importanza strategica. È questo il cocktail esplosivo che fa da scenario all'annuncio del ministro degli esteri britannico David Miliban: alle isole Chagos si creerà il più grande parco marino, quello - appunto - delle Isole Chagos, Territorio d'Oltremare della Gran Bretagna (vd box). «L'area protetta - ha affermato Miliband nella dichiarazione ufficiale - coprirà 250 mila miglia quadrate (545 mila chilometri, tredici volte la Svizzera) e la sua istituzione raddoppierà le dimensioni delle riserve marine in tutto il mondo».
Una storia tormentata, quella di questo arcipelago dell'Oceano indiano. Sebbene già nell'antichità gli abitanti dell'India e delle Maledive conoscessero queste isole, noi europei le scoprimmo solo grazie a Vasco de Gama nel XVI secolo. Circa 200 anni più tardi divennero territorio francese: dapprima vi furono deportati i lebbrosi delle isole Mauritius, poi si decise di colonizzarle sfruttandole con piantagioni di noce di cocco. Ma... una piantagione ha bisogno di manodopera e così vennero "importati" dei braccianti, i cui discendenti restarono anche quando, dopo la caduta di Napoleone, queste isole passarono in mano inglese e, più tardi, le piantagioni di copra fallirono. Ci volle l'installazione della base militare anglo-americana sull'isola maggiore, quella di Diego Garcia, per vedere la cacciata dall'arcipelago dei circa 2'000 abitanti, trasferiti a Mauritus e anche in Europa, dove però la loro sorte è spesso piuttosto triste. Una storia fatta di indigenza, nonostante i pagamenti garantiti dal governo britannico che spesso sono rimasti in mano alle autorità dei paesi d'accoglienza anziché spesi in favore dei deportati.
Da allora l'arcipelago delle Chagos è rimasto praticamente "intoccato": l'esercito americano sorveglia strettamente la zona e il necessario per l'approvvigionamento della guarnigione arriva da fuori. Dunque non c'è più la "pesca di sussistenza" di una volta. I fondali sono ricchissimi: 220 specie di coralli, quasi 800 di pesci e tantissimi altri esseri trovano rifugio sotto "l'ala protettrice" dell'esercito americano che sfrutta la posizione strategica di questa base anche per interventi in Iraq e Afghanistan. Una base importante, alla quale gli Stati Uniti non rinunceranno tanto in fretta e che, per motivi di sicurezza, non vogliono circondata da una popolazione civile.
Il Governo britannico non ha dunque fatto altro che rendere ufficiale (dandole un altro nome) una situazione esistente già di fatto. Non ha però fatto i "conti con l'oste": i Chagossiani non si sono ancora arresi all'idea di non più fare ritorno nella loro patria e per questo si sono rivolti alla Corte europea per i diritti dell'uomo. L'istituzione del parco, avvenuta senza una loro compartecipazione, in pratica ostacolerebbe un loro ritorno, dato che non è per nulla chiaro se una "pesca di sussistenza" verrebbe ancora tollerata in alcuni settori. Molte organizzazioni ambientaliste esultano per la creazione di questa grande e stupenda riserva di biodiversità marina. i duemila Chagossiani invece la deplorano, non negando la necessità del parco, ma avendo sperato di poter avere almeno una voce in capitolo sulla sua costituzione.
L'arcipelago delle Chagos Islands è formato da sei atolli, il più grande dei quali, nonché l'unico abitato, contiene la base militare statunitense di Diego Garcia. La zona è già al centro di un contenzioso da 40 anni, da quando cioé gli abitanti sono stati tutti deportati alle isole Mauritius per far spazio alla base. L'assenza dell'uomo è stata provvidenziale per la natura: l'arcipelago ha sviluppato la più grande barriera corallina vivente al mondo, la 'Great Chagos Bank', che contiene 220 specie di coralli e più di 1000 di pesci.
L'istituzione dell'area marina è comunque una manna per i coralli, sempre più minacciati dalle attività umane e anche dai cambiamenti climatici, che provocano il riscaldamento e l'acidificazione dell'acqua degli oceani: secondo uno studio del Global Coral Reef Monitoring Network (vd link) almeno la metà di quelli del mondo sono a rischio (vd suggeriti) e la percentuale è destinata ad aumentare.
ats/m.c.
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