
Era il 5 maggio scorso quando la marea nera raggiunse le isole Chandeleure, un vero e proprio "paradiso ornitologico", come ci conferma il presidente di Ficedula Roberto Lardelli, rifugio e «autogrill» degli uccelli migratori nel golfo del Messico. Adesso, è noto, BP è riuscita a chiudere il pozzo Macondo da dove, dal 21 aprile scorso, fuoriuscivano, quotidianamente, barili e barili di petrolio (vd suggeriti). Un portavoce della Casa Bianca, dal canto suo, ha comunicato che circa tre quarti del greggio che si è riversato nel Golfo del Messico (780 milioni di litri) attraverso il pozzo è già stato eliminato. Sono così in molti a temere che, tra poco, sul disastro e sui danni che la marea nera ha provocato sulle coste - e per i quali gli esperti prevedono almeno 30 anni di sforzi (vd suggeriti) - venga, inesorabilmente, calato il sipario dell'oblio.
La Fotogallery che vi proponiamo vuol essere un contributo alla conoscenza dei problemi che uno degli abitanti più caratteristici di queste coste - il pellicano bruno - sta conoscendo di questi tempi. Lui, che aveva rischiato l'estinzione dopo l'uragano Kathrina e che, proprio l'anno scorso, era riuscito a riprendersi, rischia di soccombere. "La situazione è davvero drammatica - dice Lardelli -. Quella che si è verificata in questa zona importantissima per tutti gli uccelli migratori è una catastrofe epocale. Se poi parliamo del pellicano bruno (che è anche il simbolo della Louisiana) è davvero tremenda. Attualmente, sulle coste del Texas e della Louisiana ci sono 50-60'000 coppie di questi uccelli, ma il petrolio che inesorabilmente si è appiccicato sulle loro piume, li porterà, in poco tempo, ad essere decimati".
Non sono dunque serviti a nulla gli interventi dei volontari che, ad uno ad uno, li hanno catturati, puliti, lavati e rimessi in libertà? "Mi piacerebbe rispondere di sì, ma... pensando a quanto accaduto ai tempi della Exxon Valdez, penso di poter dire che il disastro è irreversibile". E le parole di Lardelli richiamano quelle di Silvia Gaus, esperta del parco nazionale Wattenmeer sul Mare del Nord. «Anche se gli sforzi per ripulire gli uccelli e rilasciarli di nuovo possono avere successo, gli studi dimostrano che il tasso di sopravvivenza a medio termine è inferiore all'1%. Già la cattura e la ripulitura sono eventi che provocano uno stress potenzialmente letale all'animale - aveva detto a "Der Spiegel" la Gaus, che ha lavorato al recupero degli uccelli dopo l'incidente della petroliera Pallas nel Mare del Nord nel 1998 -. Inoltre il carbone attivo e le altre sostanze che si somministrano per prevenire gli effetti velenosi dell'ingestione del petrolio non sono efficaci, e gli uccelli muoiono per problemi al fegato e ai reni».
Insomma, il pozzo è chiuso, ma... la strage continua.
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