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Youssef Nada fuori dalla Black List
Il Comitato delle sanzioni Onu l'ha deciso mercoledì 23
25 set 2009 05:59 | Mondo / Cronaca
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CAMPIONE D'ITALIA - Youssef Nada, l'ingegnere italo-egiziano, dal 7 novembre del 2001 iscritto nella "Black List" del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, da mercoledì 23 settembre è tornato ad essere un cittadino libero di viaggiare, lavorare, disporre dei propri beni. È tornato ad essere un uomo dopo otto anni passati, in pratica, agli arresti domiciliari con l'accusa infamante di "finanziatore di Al Qaida".

«Prima di morire ho potuto salvare il mio onore», ci ha detto ieri con gli occhi lucidi per l’emozione nella sua casa di Campione d’Italia «e lo devo in gran parte a una persona: Dick Marty». Dal canto suo il senatore ticinese - che si è battuto su più fronti per ottenere, per tutti, un giustizia più giusta - ci ha detto che non pensava che la causa si concludesse perché «quello delle ‘Black List’ è un sistema micidiale che più nessuno ferma. Un uomo, un qualsiasi cittadino,  che venga a trovarsi su queste liste precipita, all’improvviso, in un pozzo senza fondo. L’unica cosa che gli è consentito di sapere è che non è più un uomo libero: né di muoversi, né di lavorare, né di disporre dei suoi beni».

m.c./c.s.
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Indagato in Svizzera per conto degli USA

 

L'inchiesta condotta dal sostituto procuratore generale della Confederazione, Claude Nicati, viene aperta il 24 ottobre 2001, in ossequio alle disposizioni internazionali che vogliono sia il Paese «ospitante» a promuovere l'inchiesta penale nei confronti della società - o dell'individuo - inserito in una «Lista Nera» approvata dal Consiglio di sicurezza dell'ONU. Passano tre anni e mezzo prima che il sostituto procuratore ammetta di non aver raccolto prove a carico. Nel frattempo Youssef Nada ricorre al Tribunale penale federale che accoglie l'esposto e il 5 maggio '05 «bacchetta» Nicati per la lentezza dell'intervento. Lo stesso Nicati il 31 maggio si vede costretto a sospendere l'indagine e ad archiviare l'inchiesta. Senza prove non si può continuare! Interessante rilevare che, nella comunicazione della chiusura dell'inchiesta alle Autorità americane, si precisi che «l'inchiesta ha avuto priorità assoluta. Approssimativamente è stato impiegato il 20% delle risorse del mio ufficio e di quello della Polizia federale». Per tre anni e mezzo, con un nuovo conto da pagare e senza uno straccio di prova.

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