

























Hugo Cabret è il film con più candidature ai prossimi Oscar (11 nomination). Il Corriere del Ticino ha colto l'occasione di offrire in prima visione 3D, venerdì scorso al Cinestar di Lugano, l'attesa pellicola di Martin Scorsese. Il nostro giornale ha infatti messo a disposizione cento biglietti, subito andati a ruba, per assistere alla proiezione. Organizzato con altri partner (Ascot Elite Entertainment Group, Rete Uno e Rete Tre della RSI e Cinestar) l'evento è stato presentato dai giornalisti radiofonici e specialisti di cinema Marco Zucchi e Paolo "Frontalier" Guglielmoni. Una platea folta ed eterogenea, comprendente molti ragazzi e bambini, alla fine del film ha applaudito calorosamente. La presenza del pubblico giovanile era motivata dal fatto che, per la prima volta in una carriera strepitosa, il maestro Scorsese ha girato in 3D e tematicamente ha realizzato un "film per famiglie". Ma puro cinema d'autore, senza tradire il suo stile personalissimo.
In pochi scommettevano sulla capacità di Martin Scorsese – regista raffinato e ossessionato dai temi cupi della colpa e della ricerca di redenzione, autore di opere fiammeggiati di violenza iperrealista – di girare un film dai toni fiabeschi, destinato ad un pubblico famigliare. Per di più alle prese per la prima volta con la tecnica del 3D. Ma gli scettici avevano dimenticato che il regista di New York è anche un esperto di storia del cinema, creatore di due importanti fondazioni per il recupero e la salvaguardia delle vecchie pellicole. E il suo Hugo Cabret è, al di là della vicenda raccontata, un appassionato omaggio alla magia della settima arte, capace di ricreare mondi e far correre la fantasia. Così, attraverso gli occhi del ragazzino Hugo – un orfano che vive clandestinamente nella stazione di Parigi – si racconta il potere magico dei sogni creati dal cinema. In particolare quelli messi in moto dal pioniere Georges Méliès. Se il film è in qualche modo una biografia di Méliès (contemporaneo dei fratelli Lumères e padre del cinema degli effetti speciali) lo è con un approccio particolare. Martin Scorsese riflette anche sui meccanismi dell'immaginario, sull'influenza del tempo, sui percorsi delle emozioni, sull'evoluzione dell'arte cinematografica. Temi astratti e impegnativi inseriti in una storia in apparenza semplice e poetica. Bastano a preannunciare la complessità della tematica le sequenze iniziali, dove imperversano ingranaggi in movimento, con un piano-sequenza che esplora le meraviglie nascoste di quel microcosmo in perpetua agitazione che è, collocata negli anni '30 del secolo scorso e frequentata da figurine tutte ben delineate, la stazione ferroviaria.
Ispirandosi al libro illustrato dell'americano Brian Selznick The invention of Hugo Cabret (del 2007, in italiano pubblicato da Mondadori) il racconto è anche un omaggio alla capacità del cinema di rinnovare il proprio linguaggio. Ed è curioso constatare come Hugo Cabret sia quest'anno all'onore degli Oscar spalla a spalla con un altro titolo, The Artist (10 nomination), che pure racconta una mutazione del cinema (in quel caso si tratta del passaggio dal muto al sonoro). La stratificazione di significati, nel film di Scorsese, da una parte riflette su come il cinema stimoli l'immaginazione individuale, creando mondi mentali in cui tuffarsi con meraviglia (lo storie), dall'altra riflette sulle tecniche usate per raccontare, da Méliès che dipingeva a mano ogni singolo fotogramma per ottenere l'effetto colore alle possibilità espressive odierne del 3D. Perché il cinema ha sempre avuto due anime, destinate a convivere, quella dell'impalpabile magia artistica e quella dell'industria in grado di realizzarla. Non per niente Georges Méliès, ai suoi tempi, era stato anche mago, uno di quegli illusionisti che facevano spettacolo nei teatri.
Dunque, il ragazzino solitario Hugo Cabret sopravvive nella grande stazione, luogo di una variopinta umanità di passaggio, occupandosi di far funzionare gli orologi (controllare il tempo) e cercando di sfuggire al burbero ispettore ferroviario in caccia di bambini abbandonati da consegnare all'orfanotrofio. Hugo ha un automa, unico lascito del padre orologiaio, morto in un incendio. Ma l'automa è rotto e il ragazzino pensa che se riuscirà a ripararlo gli rivelerà un ultimo messaggio del suo papà. Per riparare l'automa Hugo rubacchia ingranaggi e pezzi di ricambio, in particolare nel negozietto di giocattoli di un vecchio misterioso. Quando il proprietario lo scopre il racconto prende una strada imprevista, perché il vecchio signore è proprio il cineasta Georges Méliès, caduto in miseria.
Ricchissimo di rimandi e "segni", dalla chiave a forma di cuore per dar vita e movimento all'automa alla gamba di legno dell'ispettore ferroviario, anch'essa bisognosa di rotelle e ingranaggi per funzionare, dal libraio che regala a Hugo le avventure di Robin Hood all'evocazione degli studios dove Méliès girava i suoi kolossal immaginifici ai tempi d'oro, il film è anche una cavalcata attraverso il cinema di ieri e di oggi. L'automa che ricorda Metropolis; Hugo appeso alle lancette giganti di un orologio come nel classico di Harold Lloyd Safety Last e poi Chaplin, Buster Keaton, Tom Mix e persino Harry Potter, il cui viaggio verso la scuola di magia parte dal binario 9 e tre quarti di una stazione.
Sul piano della tridimensionalità, Scorsese – dopo Avatar di James Cameron e Pina di Wim Wenders – dimostra che il 3D può essere usato davvero in funzione creativa e non solo come espediente per aumentare il prezzo del biglietto. Ma devono esserci l'ingegno, la passione e la visionarietà di un autore per trasformarlo in linguaggio espressivo.
Marisa Marzelli