
Non ci vuole molta fantasia per immaginare la faccia di quel centurione romano che, dopo essere giunto con i suoi uomini in un giorno imprecisato di un anno imprecisato del terzo secolo avanti Cristo in un piccolissimo villaggio che poi avrebbe preso il nome di Airolo, si trovò di fronte un muro di montagne apparentemente invalicabili. «Quid agimus?» si sarà detto, ovvero «Che famo?» come si sarebbero espressi i suoi concittadini di qualche secolo più tardi. «Che facciamo?», insomma, era il dubbio che assalì questi primi involontari turisti, spediti per un primo giro esplorativo in una valle che poi si sarebbe chiamata Leventina.
C’era poco da fare, obiettivamente. Dopo essersi rifocillati, si presume, a spese degli abitanti del villaggio, i turisti fecero ritorno alla loro base, situata forse dalle parti di un lago chiamato Verbanus. Ben presto però altri turisti, sempre militari romani, tornarono in Val Leventina con l’obiettivo di prendere casa sul posto. L’aria era buona, i pascoli non mancavano e l’acqua era abbondante. Luogo ideale da colonizzare, dunque, tanto più che si era capito che il muro di montagne che aveva atterrito il primo centurione, in realtà proprio così invalicabile non era. Eh sì, perché nei villaggi della valle era facile incontrare dei tipi che parlavano una lingua strana, scesi dalle montagne per scambiare i loro prodotti con quelli locali. Certo, il sentiero era percorribile solo a piedi o con i muli, ma era più breve degli altri valichi che i Romani avevano aperto lungo le Alpi. Bisognò aspettare ancora qualche secolo, però. Intanto i turisti romani, provenienti dalle colline del Lazio e della Toscana, si erano mescolati con la popolazione locale e con quella transalpina, accrescendo il numero degli abitanti della valle. Altri turisti, sempre provenienti dalla capitale dell’impero, si erano nel frattempo sparsi per le altre valli della zona, che in seguito sarebbero state conosciute con i nomi di Val Bavona, Val Bedretto, Val Lavizzara, Val Maggia, Val Verzasca. Turisti stanziali, ormai, che avevano deposto spade e scudi per imbracciare zappe e aratri e godere la pace della zona dopo aver assaporato la gloria delle battaglie combattute all’ombra delle aquile delle invincibili legioni. I leventinesi, lasciato tramontare senza troppi scossoni l’impero romano e approdati al Medioevo, cominciarono a studiare il percorso del valico, che nel frattempo l’arcivescovo di Milano aveva dedicato al santo vescovo bavarese Gottardo, protettore dall’inclemenza del tempo. I loro dirimpettai alpini, i Walser, avevano intanto realizzato delle pregevoli opere stradali per consentire di superare con minori difficoltà il passo: un ponte nella gola della Schöllenen, a cui venne dato l’incoraggiante nome di «ponte del diavolo» e la Twärrenbrücke, ovvero una passerella sospesa alla viva roccia, lunga una sessantina di metri, che permetteva l’accesso al ponte. Un manufatto da brivido, la passerella: strettissima, traballante e sconsigliata a chi non avesse un animo da Indiana Jones. Tuttavia, nonostante il percorso da infarto, la strada del San Gottardo divenne ben presto trafficatissima: pellegrini in transito verso Roma o la Terrasanta, mercanti che portavano merci oltralpe o verso la Penisola, tutti preferivano affrontare i disagi del San Gottardo pur di abbreviare il viaggio. I leventinesi si organizzarono. Per prima cosa costruirono al valico un bell’ospizio per assistere i viandanti. Poi attrezzarono lungo la strada che scendeva verso la pianura diverse stazioni di sosta per il cambio dei muli, per stivare le merci e per offrire ospitalità ai viaggiatori. Le autorità, infine, autorizzarono la riscossione di tributi sulle merci che transitavano per la valle. Insomma nuovi turisti, il più delle volte pacifici mercanti e pii pellegrini, presero il posto degli antichi militari romani. Certo, ogni tanto qualche esercito scendeva o risaliva le valli, come nel Quattrocento quando le truppe dei Cantoni svizzeri e quelle del duca di Milano scelsero per un paio di volte di darsele di santa ragione proprio da queste parti: ma erano incidenti di percorso.
Tutto cambiato oggi? A parte le zuffe tra gli eserciti, non molto. La Leventina e le valli vicine offrono infatti la possibilità non solo di ritrovare ben conservate le vestigia del passato, ma anche di organizzare escursioni e percorsi immersi in una natura che non è molto diversa da quella che i primi turisti romani si trovarono di fronte esplorando la zona. Qualche esempio? La Val Piora, a 2000 metri di altitudine, con i suoi laghetti tra i quali quello artificiale del Ritom, raggiungibile dalla stazione di Piotta con la funicolare più ripida d’Europa. L’Alpe Piora, ricca di pascoli, è tra l’altro rinomata per la produzione di un ottimo formaggio. Intorno al lago Ritom è stato inoltre realizzato un sentiero didattico per scoprire le bellezze naturalistiche e faunistiche della zona.
Se siete interessati alla storia delle vie di comunicazione allora una meta da non perdere è sicuramente il Museo Nazionale del San Gottardo, in cima al passo, che attraverso documenti originali, ricostruzioni, oggetti rari e veicoli antichi vi racconterà le vicende di questa importante via di transito commerciale. Volete infine dare un’occhiata al prossimo futuro? Prenotate una visita all’Infocentro dell’AlpTransit di Pollegio per vedere come procede la realizzazione della galleria ferroviaria più lunga del mondo con i suoi 57 km. Non solo vedrete come viene realizzata la costruzione del tunnel, ma potrete anche compiere una visita guidata al cantiere.
Passato, presente, futuro: mondi diversi che si incrociano e si incontrano in queste valli dove tutto è da scoprire, a partire dalla vegetazione che in pochi chilometri passa dalle palme, ai vigneti, alle conifere. Allora, da dove cominciamo? O meglio, come avrebbe detto il nostro centurione romano, il primo turista che in un giorno imprecisato di un anno imprecisato venne mandato qui in esplorazione: «Quid agimus? Che facciamo?».
Come organizzare al meglio un itinerario alla scoperta delle montagne e delle valli ticinesi? Internet, come sempre, si rivela uno strumento preziosissimo per avere materiale e documentazione immediatamente disponibili.
Se per esempio si digita www.ffs.ch/railaway-ticino si può accedere alla pagina del sito RailAway delle FFS dedicata alle gite in territorio ticinese effettuabili utilizzando i servizi offerti dalle Ferrovie Federali.
Le alternative sono moltissime, dalla salita al lago Ritom al percorso ciclistico da Airolo a Biasca, dall’escursione a Cardada/Cimetta alla traversata dal monte Lema al monte Tamaro. In Leventina, grazie ad AutoPostale, molte sono le proposte estremamente suggestive. Come il tracciato Chironico-Cala-Ces-Chironico che permette di visionare alcune chiese risalenti al XVI secolo. Oppure il circuito Quinto-Altanca-Lurengo-Varenzo-Quinto che in poco più di quattro ore consente di percorrere parte della antica «Strada Francesca» dei pellegrini medievali e risalire le vecchie mulattiere dei pastori leventinesi, ma anche altri suggerimenti per andare alla scoperta di luoghi incantevoli quali la Valle Bedretto e il Lago Tremorgio.