

Ci sono cose che mi fanno urlare, come neanche le groupie di Marco Romano il giorno del sorteggio per l’ultimo posto in Consiglio Nazionale. L’ultima volta è capitato trovando sul giornale la frase «Il mezzo migliore contro l’uniformità? L’identità». A prima vista, sembrerebbe una sentenza filosofica del tutto condivisibile – tacendo della rima baciata-accentata. E allora, perché ho sentito subito l’impulso di imitare quel signore di Viareggio che è entrato in chiesa durante la messa, qualche domenica fa, e a mani nude si è strappato i bulbi oculari dal cranio? Il fatto è che questo consiglio l’ho letto non in un editoriale o nei consigli di Evelina: era invece il claim, di peloso buon senso, escogitato per pubblicizzare un’automobile sportiva. Il mezzo migliore contro l’uniformità? Verrebbe da rispondere il C4, o i roghi di berline nelle notti di Berlino.
Il fatto è che Steve Jobs, purtroppo, oltre a rivoluzionare la nostra vita quotidiana – con le idee che ha prodotto o copiato – ha anche indicato agli uomini del marketing la via verso il Santo Graal di questo XXI secolo; convincerci che no, non stiamo soltanto spendendo soldi che non abbiamo per comprare, a credito, roba che non ci serve. Nossignori: con quegli acquisti noi costruiamo la nostra identità personale, persuasi – per nebulose ragioni – che così facendo ci distinguiamo dagli altri 123.456 individui, unici e irripetibili, in coda con noi davanti all’Apple store o alla vetrina di Louis Vuitton. Nei giorni immediatamente successivi alla morte del patron di Apple, in rete circolava un efficace epitaffio, che ho cercato di recuperare senza successo. Il succo del messaggio era qualcosa tipo «Addio Steve, il tuo capolavoro è stato persuaderci che adottare un comportamento da über-consumatori corrisponde a essere profondamente creativi e fuori dal gregge».
Passo oltre, ma continuando a percorrere il filone aurifero inesauribile della pubblicità. Sulla strada cantonale del Piano di Magadino, in pieno avvicinamento al Natale, ho visto un cartellone che annunciava l’apertura del nuovo portale internet dedicato a «Ragazze, escort e trans in Ticino». In poche parole, una specie di Autoscout24.ch del sesso a pagamento: una grande bacheca virtuale dove le ragazze (vere o dotate di accessori) postano annunci con le loro fotografie, la lista delle prestazioni offerte e il numero di telefono.
Ovviamente, visto che non state leggendo la «Colonna della moralizzazione», a questo punto del discorso non vi somministrerò una predica su quanto sia sbagliata la prostituzione; non ho armi per minacciare – in questa vita o nella prossima – i puttanieri nostrani e d’importazione. Cionondimeno, tengo a condividere con voi, amabili e selezionati lettori, il mio fastidio per quanto si è imposto al mio sguardo su quella strada.
Il punto è che oggigiorno qualsiasi 13enne brufoloso (e in pieno uragano Katrina ormonale) è dotato di smartphone, e appena visto il cartellone non mancherà di collegarsi immediatamente al portale in questione – anziché condividere con i compagni i soliti filmati con le lapidazioni della settimana in Arabia Saudita. Non che io voglia per forza castrare l’imprenditorialità nostrana, anche perché l’idea è davvero geniale, e di sicuro frutterà parecchi soldi a chi l’ha escogitata. Tuttavia, lo dico senza bigotteria, forse sarebbe stato più giusto ed elegante – visto che i tanti Bussenghi della botta-e-via, con o senza affissioni, non mancano – promuovere quel sito web con una campagna pubblicitaria più discreta e mirata.