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Parliamone | Provocazioni -  7 feb 2012 06:00

La scelta di morire e la selva del Poeta

L'empatia che non dovremmo scordare, accostandoci al dolore altrui

«Ognuno sta solo sul cuor della terra/
trafitto da un raggio di carne». Ero assorto nell’incipit poetico di uno dei miei film preferiti – Scheißfreßer in Leipzig, un porno vintage con ex atleti dopati della DDR – quando sono stato distratto dall’ennesima polemica sull’aiuto al suicidio in Svizzera. Spenta a malincuore la televisione, mi sono così concentrato sulla sentenza latina che è la mia stella polare, quando navigo nelle procellose e infide acque della bioetica: Homo sum, nihil umani a me alienum puto.

Rispetto alla traduzione canonica che trovate su Wikipedia («Sono un essere umano, tutto quello che riguarda l’umanità desta interesse in me») la parola alienum ha per me una coloritura morale, più che conoscitiva. Quel «nulla mi è estraneo», cioè, lo interpreto soprattutto come un esortazione a evitare giudizi sbrigativi, di fronte alla debolezza umana. Persino di fronte alle condotte più devianti, occorrerebbe non perdere mai la compassione e, nel limite del possibile, un grado minimo di empatia: le qualità che ci portano a considerare anche i «fattori situazionali» capaci di condizionare, spesso in maniera decisiva, l’agire di una persona.

Nello specifico, riguardo al suicidio, una ulteriore pietra di paragone immortale – per finezza emotiva e capacità di immedesimazione – è l’atteggiamento assunto da Dante, nel canto XIII del suo Inferno. Inoltratosi nella fosca e cupa selva che ospita le anime dei violenti contro se stessi, trasfigurate e imprigionate nella forma di contorti e martoriati arbusti («uomini fummo, e or siam fatti sterpi»), il poeta vive un momento di profonda comunione spirituale con il suo interlocutore, Pier delle Vigne. Non c’è infatti ombra di compiacimento nel Poeta – che pure è portavoce della dottrina cristiana, implacabile nel condannare i suicidi, persino oltre il Giorno del giudizio –, mentre è testimone del castigo impartito al letterato e politico siciliano. La pietà per la sorte di Pier – per la catena di eventi che «ingiusto fece me contra me giusto» – è tanto forte da togliere la parola al pellegrino dell’oltretomba.

Avendo chiara in mente la grandezza d’animo dantesca, mi sento sempre a disagio quando leggo prese di posizione trancianti sulla scelta di chi, disperato, cerca aiuto per porre fine alla propria vita. Umanamente, non riesco a non provare imbarazzo per i non pochi commentatori che – trasformando vicende privatissime in randelli per propagandare verità assolute – scordano la discrezione e la carità che dovrebbero accompagnarci, quando ci avviciniamo al mistero del dolore altrui.

La prudenza dovuta alle tristi storie di chi pone fine alla propria vita, ad ogni modo, non esonera da una valutazione morale su chi ha fatto del suicidio un lucrativo modello di business del terziario avanzato. Di particolare valore letterario, a questo proposito, è il giudizio che Michel Houellebecq fa esprimere, con i fatti, al personaggio principale del suo ultimo romanzo La carte et le territoire. Venuto a conoscenza solo a posteriori di come il padre – ormai vecchio e malato – abbia scelto di ricorrere ai servizi di Dignitas, l’ormai affermato artista Jed Martin raggiunge la sede dell’associazione a Zurigo. Riuscito – con non poca fatica – a farsi rivelare che le ceneri sono state disperse nella natura, e a quale prezzo, il protagonista replica alla scortesia e alla reticenza della direttrice gonfiandola di botte, prima di uscire e tornarsene in hotel. Davvero uno dei passaggi più spassosi del libro.

7.02.2012 - 06:00
Oliver Broggini (@airbagging) | Aggiornamento: 15 mar 2012 10:48
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La scelta di morire e la selva del Poeta
Edizione del 23 maggio 2012
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