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“Unirò il centrodestra contro Renzi”

Silvio Berlusconi deciso a scalzare l’attuale premier e salvare la democrazia - Un’analisi ad ampio raggio sulle sfide nazionali ed internazionali: dall’emergenza migranti all’ISIS

Keystone
"Negli italiani sta crescendo l'assuefazione a vivere in una non-democrazia e questo è un atteggiamento davvero pericoloso perché la storia ci ha insegnato che è molto lungo il tempo che occorre per riconquistare la libertà perduta"
 
10
febbraio
2016
05:05
Marcello Foa

Presidente Berlusconi, l'Italia sembra entrata in una nuova fase di turbolenza politica sia interna che esterna. È preoccupato per le sorti del Paese?

«Sono molto preoccupato perché in Italia in questo momento la democrazia è sospesa ed è ancor più angosciante dover constatare che di questo nessuno, in Italia e all'estero, si meraviglia e si scandalizza, come se fosse una cosa normale che a governare ci sia, per la terza volta consecutiva, un Presidente del Consiglio non eletto dal popolo e, di più, che sta in piedi solo grazie ai voti di cinquanta senatori eletti dagli elettori del centro-destra proprio col mandato di opporsi alla sinistra. Negli italiani sta crescendo l'assuefazione a vivere in una non-democrazia e questo è un atteggiamento davvero pericoloso perché la storia ci ha insegnato che è molto lungo il tempo che occorre per riconquistare la libertà perduta».

Il suo rapporto con il premier Renzi è stato altalenante tra momenti di stima reciproca ed altri di forte polemica. E oggi? Qual è il suo giudizio sul politico Renzi?

«Inizialmente Matteo Renzi mi aveva colpito per la sua intraprendenza e la voglia di prendere le distanze dai vecchi comunisti che guidavano il suo partito, quelli che mi avevano demonizzato per vent'anni. La speranza era quella di aver trovato finalmente qualcuno di sinistra con cui poter dialogare per modernizzare il Paese attraverso delle riforme condivise. Ma poi Renzi ha cambiato tutto ciò che avevamo deciso insieme. Ha introdotto anche contro il nostro parere ben 17 modifiche agli accordi che erano intercorsi e, infine, non ha tenuto conto delle nostre posizioni nella scelta del nuovo Capo dello Stato. A questo si aggiunge la sua bulimia di potere con la collocazione di suoi uomini di fiducia dovunque, in enti, organizzazioni, istituzioni, perfino nella Guardia di Finanza e nei Servizi Segreti. Se questo non è un preludio ad un regime, davvero non saprei come definirlo. Quanto alle riforme, non abbiamo potuto far altro che prendere atto che quelle che lui aveva in mente non erano per il bene dell'Italia, ma per il suo interesse personale: una sola Camera che fa le leggi, un solo partito che vince anche se è minoranza nel Paese, un solo uomo che comanda, ovviamente lui. Lo ripeto, questa non è una democrazia è il preludio di un vero e proprio regime».

La polemica su Renzi e la UE è durissima. Sembra un film già visto. Stanno riservando a Renzi lo stesso trattamento che riservarono a lei nel 2011?

«Io sono stato vittima di un vero e proprio golpe che ha avuto come regista la più alta carica dello Stato italiano e come complici alcuni protagonisti della politica europea. Con l'imbroglio dello spread è stato rovesciato un Governo democraticamente eletto per insediarne un altro che rispondesse ai diktat di Bruxelles e non osasse dire 'no' alla Germania, come invece sapevo fare io, per difendere gli interessi nazionali e una visione comunitaria e solidale dell'Europa. Quanto al comportamento di Renzi è inefficace e controproducente. Io, da premier, anche con il mio peso personale e con il talento dell'amicizia, cercavo di convincere gli altri leader e di portarli sulle posizioni dell'Italia (come avvenne per la nomina di Mario Draghi alla presidenza della BCE) e, solo se indispensabile, usavo il potere di veto per impedire che si assumessero decisioni contro i nostri interessi nazionali. Renzi invece lancia attacchi come se fosse una sua questione personale nei confronti dell'Europa. Col risultato di danneggiare ulteriormente l'Italia che, purtroppo, come conseguenza della politica di Renzi è diventata del tutto irrilevante in ambito internazionale. D'altra parte Renzi è anche l'unico premier europeo non eletto democraticamente dai cittadini e questa anomalia, di cui ormai tutti sono consapevoli, lo rende debole e ininfluente».

Il centrodestra ha cambiato fisionomia negli ultimi tre anni e secondo i sondaggi la Lega supera Forza Italia. Cosa sta succedendo? Cosa pensa di Salvini? E qual è il ruolo di Silvio Berlusconi nel centrodestra?

«Per due anni consecutivi, a causa della sentenza politica che mi ha reso incandidabile ed ineleggibile, sono stato assente dalla scena politica e dalla televisione. Al contrario, nello stesso periodo, l'amico Matteo Salvini e anche Renzi sono stati in televisione per sei ore a settimana. Anche in questi frangenti, però, la nostra coalizione, al 33% con Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia, supera nei sondaggi il Partito Democratico (30,2%) e il Movimento 5 Stelle (27%). Ma evidentemente non basta. Dobbiamo arrivare a superare il 40% se vogliamo vincere le elezioni al primo turno e impedire di consegnare il Governo del Paese nelle mani dei Cinque Stelle che, come concordano tutti i sondaggi, in caso di ballottaggio con il PD avrebbero sicuramente la meglio. Con il mio ritorno sulla scena politica e mediatica riporterò certamente Forza Italia sopra al 20 per cento. I sondaggisti prevedono che si possa arrivare anche oltre, recuperando molti di quei moderati (sono ventisei milioni!) che, disgustati da questa politica e da questi politici, non vanno più a votare. È questo l'impegno che mi sto prendendo per senso di responsabilità nei confronti del Paese: essere l'ispiratore, il federatore e il regista del centro-destra e di tutti gli italiani di buonsenso amanti della libertà e della democrazia, che sono la maggioranza del Paese».

Presidente, più volte nella sua lunga e straordinaria carriera i giornali hanno scritto che «era finito». Ma ogni volta è stato capace di riemergere. E ora quali sono le sue ambizioni? Se il centrodestra vincesse le elezioni, lei si proporrebbe come ...?

«Per effetto di una sentenza paradossale e per l'assurda e illegittima applicazione retroattiva della legge Severino da parte della maggioranza di sinistra in Senato, io sono incandidabile ed ineleggibile. Ma non importa. Io non ho mai avuto ambizioni politiche. Nel '94 sono stato costretto a scendere in campo per evitare che il mio Paese cadesse nelle mani del partito comunista. Oggi è lo stesso senso di responsabilità che mi spinge ad oppormi alla presa del potere da parte dei Cinque Stelle, un partito populista, basato sull'invidia sociale e alleato a quella magistratura politicizzata che costituisce un cancro per la nostra democrazia. Sarebbe una vera tragedia, un disastro, non ci posso neppure pensare».

Si profila una primavera importante dal punto di vista elettorale, con il voto in grandi città come Milano e Roma, ma il centrodestra non ha ancora annunciato candidature significative. Quale è la linea? Quali gli obiettivi?

«Nessun partito ha ancora scelto tutti i candidati per le prossime elezioni amministrative. Noi abbiamo cercato delle persone di alto livello, con una sperimentata capacità amministrativa e gestionale, in grado di rimediare agli sfaceli provocati dai sindaci di sinistra in città importanti come Milano, Roma e Napoli. Annunceremo i loro nomi quando saranno noti i candidati della sinistra. Il voto di primavera sarà l'anticipo delle elezioni politiche che, voglio ripeterlo, perché ne sono sicuro, si concluderanno con la vittoria del centrodestra e quindi della democrazia e della libertà».

Lei è sempre stato grande amico degli USA e al contempo è un convinto sostenitore di Putin. Oggi però Stati uniti e Russia sono in contrapposizione. L'Italia ha deciso di seguire la linea americana e di imporre sanzioni a Mosca. È la strada giusta?

«Isolare la Russia è un gravissimo errore. Basta ricordare che a causa delle sanzioni l'export italiano è crollato del 25 per cento nel 2015. Stiamo sbagliando completamente strada. La Federazione Russa è parte dell'Occidente, è e deve restare un partner strategico per la nostra economia e un alleato indispensabile per la UE e per gli Stati Uniti anche nella lotta all'ISIS. Il trattato di Pratica di Mare del 2002, raggiunto grazie alla mia mediazione fra Bush e Putin, sancì l'inizio di una proficua collaborazione fra NATO e Russia, ponendo fine a mezzo secolo di guerra fredda. Mi fanno sorridere coloro che dicono che il 2002 era un'altra epoca rispetto ad oggi. Oggi, esattamente come allora, è necessario costruire un clima di reciproca fiducia e di dialogo se si vogliono risolvere quei conflitti i cui effetti si ripercuotono sull'Europa. Confido che questo tema diventi rilevante anche in occasione delle primarie in corso negli Stati Uniti. Voglio ripeterlo: la Russia è dalla nostra stessa parte, fa parte dell'Occidente. È quindi assurdo e incomprensibile colpirla con delle sanzioni che oltretutto, lo ribadisco, danneggiano per primi noi e le nostre imprese».

Quando era primo ministro, lei avviò relazioni privilegiate con Mubarak e Gheddafi e tra l'altro fu criticato pesantemente per la sua amicizia con il Colonnello. Poi ci sono state le Primavere arabe e oggi vediamo cosa succede in Egitto e Libia. Si stava meglio quando si stava peggio?

«E adesso tutti mi danno ragione, ma è troppo tardi. Sarebbe stato molto meglio se mi avessero dato ascolto in tempo utile, così da evitare che da quei regimi si passasse a situazioni ben peggiori di anarchia, di violenza, di fame e di terrorismo. Io misi in guardia i partner europei sui pericoli che si correvano nel destituire dei leader che stavano gradualmente allentando la morsa dei loro regimi sulle loro popolazioni e mostravano importanti segni di apertura verso l'esterno e verso l'Occidente. Tentai invano di evitare che si creassero vuoti di potere e una situazione di anarchia in cui avrebbero certamente proliferato terroristi e criminali. La mia politica di collaborazione, anche intensificando le iniziative economiche, con quei Paesi allo scopo di portarli su posizioni compatibili con l'Occidente nel comune interesse di debellare il fanatismo jihadista, era l'unica politica ragionevole. Il Colonnello Gheddafi, ad esempio, oltre a mantenere la pace sul territorio libico garantiva il nostro Paese e l'Europa anche sul fronte dell'immigrazione di massa dal continente africano che, grazie ai suoi interventi, si era praticamente azzerata. Tutti possono constatare come è andata a finire dopo la scelta sciagurata di far fuori Gheddafi. E l'Italia e l'Europa ne subiranno le conseguenze ancora per molto tempo. Purtroppo».

Nel 2011 lei fu costretto a dimettersi da quello che poi è risultato essere un golpe istituzionale europeo. La Troika allora impose l'austerità e l'Italia scivolò in una recessione senza fine e socialmente drammatica, eppure l'Unione europea non sembra intenzionata a cambiare strada. Che cosa devono fare i singoli Stati, arrendersi? O reagire? Ma come?

«Io ho pagato con la caduta del mio Governo la decisione di resistere alle politiche di austerità che si volevano imporre all'Italia. Quando al G20 di Cannes ci offrirono cento miliardi del Fondo monetario internazionale risposi con fermezza "Grazie, ma non ne abbiamo bisogno". Non solo non ne avevamo bisogno, ma accettare il prestito avrebbe significato subire la colonizzazione dell'Italia. Con l'arrivo della Troika – formata da FMI, BCE e Commissione europea – saremmo diventati uno Stato a sovranità limitata, come è successo alla Grecia. Deve essere chiaro che il golpe del 2011, per quanto riguarda le trame internazionali, non era rivolto contro la persona di Silvio Berlusconi, ma contro il Presidente del Consiglio italiano che difendeva gli interessi del proprio Paese. Non hanno colpito Berlusconi, hanno colpito l'Italia, e colpendo me, hanno privato l'Europa di un leader equilibrato e responsabile. Oggi, purtroppo, in Europa, e nel mondo, con l'eccezione del Presidente Putin, c'è una drammatica carenza di leadership. Per quanto riguarda il mio Paese, vedo un'Italia isolata all'interno delle istituzioni europee e discontinua nel far valere gli interessi nazionali. Si deve cambiare. Lo faremo dopo aver vinto le elezioni».

L'immigrazione è il tema del giorno. L'Europa è spaccata tra Paesi che richiudono le frontiere e altri che continuano a credere a Bruxelles. Quale è a suo giudizio la soluzione?

«Non sarà certo un muro ad arginare il flusso epocale di milioni di individui che si stanno riversando in Europa. L'Europa dei diritti umani non può e non deve voltare le spalle ai profughi che fuggono dalle guerre. Ma non è ipotizzabile che sia l'Italia soltanto ad accoglierli. Non era questa l'Europa solidale che avevano immaginato i padri fondatori. Coloro che hanno i requisiti per ottenere asilo politico devono essere distribuiti in tutti gli Stati membri della UE. Coloro che non li hanno devono essere rimpatriati. Occorre ripartire in maniera equa l'accoglienza dei profughi ma soprattutto serve un fronte unito per eliminare la causa delle migrazioni e cioè per sconfiggere l'ISIS. Finché quella fabbrica del terrore e della morte non verrà annientata, non sarà possibile risolvere il dramma dell'immigrazione. Bisogna sradicare il cancro dell'ISIS e questo, a mio parere, sarà possibile solo con la formazione e l'intervento militare di una grande coalizione che, sotto l'egida delle Nazioni Unite, veda insieme, fianco a fianco, l'Europa, gli Stati Uniti, la Federazione Russa e la Cina».

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