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Se gli Stati Uniti fanno il doppio gioco

Washington si è ritagliata il ruolo di leader nella guerra ai paradisi offshore nel mondo - Ma allo stesso tempo si è mossa nella direzione opposta nella sua legislazione interna

Keystone
 
18
febbraio
2016
02:05
Enrico Marro

La notizia ha fatto rumore. Qualche settimana fa gli Stati Uniti hanno superato a sorpresa Singapore, il Lussemburgo e persino le Isole Cayman nel Financial Secrecy Index, la classifica redatta ogni due anni dall'istituto indipendente di ricerca Tax Justice Network sulle nazioni dove il segreto bancario e societario è più forte. Ora gli States si trovano in terza posizione, dopo Svizzera e Hong Kong. Ma gli USA non erano i paladini della trasparenza?

Washington combatte da tempo una vera e propria crociata contro il segreto bancario internazionale. A piegare la resistenza di molte giurisdizioni è stato il Fatca (Foreign Account Tax Compliance Act), la legge approvata dal Congresso nel marzo 2010 che obbliga le istituzioni finanziarie mondiali a fornire tutte le informazioni sui clienti americani. Peccato però che la solerzia di Washington nel chiedere trasparenza svanisca completamente quando si tratta di fornirla. «Sebbene gli USA siano stati pionieri nel difendersi dalle giurisdizioni estere sul segreto bancario – spiega esplicitamente il rapporto di Tax Justice Network – in realtà hanno fornito poche informazioni in cambio, diventando una formidabile, dannosa e irresponsabile giurisdizione da segreto bancario».

Lo schiaffo all'OCSE

A far male, in particolare, è lo schiaffo degli Stati Uniti all'OCSE. L'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico aveva seguito l'esempio del Fatca statunitense, elaborando uno schema mondiale di scambio di informazioni (vedi un aggiornamento a pagina 29) per scovare gli evasori fiscali ovunque essi si annidassero. Dal 2014 sono stati ben 97 gli Stati che hanno aderito allo schema OCSE, Svizzera compresa. Solo quattro hanno rifiutato. I primi tre sono il Bahrein, l'isoletta della Micronesia Nauru con i suoi 10 mila abitanti, l'altra isoletta di Vanuatu nel Pacifico meridionale. Il quarto – sembra incredibile ma è la realtà – è la nazione più potente del mondo: gli Stati Uniti d'America.

«L'approccio unilaterale di Washington rischia di creare un'enorme falla nello sforzo internazionale per vincere evasione fiscale, riciclaggio e crimini finanziari», sottolinea lo studio del Tax Justice Network. Anche una recente inchiesta del britannico «Economist» punta l'indice sugli Stati Uniti, ormai definiti «inarrivabili» quanto a scarsa trasparenza societaria. Con diversi Stati americani – tra cui spiccano Delaware, Wyoming, South Dakota e Nevada – indisturbati nella loro funzione di paradisi fiscali onshore. La loro forza? Creano società di comodo per chiunque desideri nascondere qualcosa al fisco, ma anche per azzerare o quasi il carico fiscale delle big corporation USA.

Il trucchetto di Apple nel Nevada

Perfino Apple, pioniera del «double Irish», il celebre sistema di elusione fiscale internazionale creato in Irlanda alla fine degli anni Ottanta, ha ceduto al fascino dei piccoli paradisi a stelle e strisce. Un'inchiesta del «New York Times» ha rivelato come la Mela abbia creato una sussidiaria, Braeburn Capital, incaricata di gestire e investire parte della straordinaria liquidità del gruppo. Ma la sede della società non è a Cupertino, in California, nel famoso quartier generale della Mela. Braeburn si trova a Reno, in Nevada, il libertario Stato, celebre per gli eccessi di Las Vegas. Lì sia la «corporate tax» che la tassazione sul capital gain sono a zero. Il risultato è che i profitti sulla liquidità investita da Apple in Nevada sono completamente esentasse e la California non può farci niente. Non solo. Braeburn – che Apple ha voluto battezzare col nome di una varietà di mela rossa striata – permette a Cupertino di abbassare il carico fiscale anche in altri Stati, come Florida, New Jersey e New Mexico: tutte giurisdizioni che riconoscono riduzioni della tassazione locale alle società con la propria finanziaria in un altro Stato. Così qualche anno fa persino la California, dopo la pesante campagna lobbistica di alcuni colossi del digitale (Apple, Cisco, Intel, Oracle e altri), si è dovuta piegare alle riduzioni fiscali per le società basate nella Silicon Valley ma «operative» in Stati come il Nevada. Il gettito fiscale perduto dalla California, secondo alcune analisi, si aggira sul miliardo e mezzo di dollari e ha contribuito al dissesto finanziario del «Golden State», evitato solo grazie alla famosa «tassa sulla marijuana» inventata dall'allora governatore Arnold Schwarzenegger. Ovviamente non è stata solo Apple a scegliere il Nevada. Ci sono anche, tra le altre, Microsoft, Cisco e persino l'Harley Davidson.

Rothschild in mezzo ai casinò

Tra i casinò di Reno, in Nevada, ecco spuntare anche il trust nuovo di zecca di Rothschild, la banca d'investimento che ha fatto la storia della finanza internazionale dal 1811. L'antica e nobile istituzione creditizia europea sta trasferendo le fortune dei suoi facoltosi clienti dai paradisi offshore in declino come le Bermuda – soggetti alle nuove regole sullo scambio di informazioni – a quelli emergenti come il Nevada, escluso dalle norme sulla disclosure. Sì perché, come ammette tranquillamente il managing director di Rotschild Andrew Penney, «gli Stati Uniti sono il più grande paradiso fiscale al mondo».

Trident Trust Co., uno dei colossi dell'offshore, sta spostando decine di conti dalla Svizzera e dalle Cayman nel South Dakota, altro Stato che sta calamitando i trust come il miele con le api. Alice Rokahr, responsabile locale di Trident, si dice sorpresa dal numero di clienti che stanno lasciando la Confederazione ma tant'è: «Tutti vogliono essere fuori dalla Svizzera». E sempre in quello Stato del Midwest, all'ombra del Monte Rushmore, dove sono scolpiti i giganteschi ritratti dei presidenti americani, arriverà presto anche la ginevrina Cisa Trust, che gestisce soprattutto i patrimoni dei ricchi sudamericani.

Gli Stati Uniti, insomma, sono la nuova terra promessa del segreto. Una meta imperdibile, come ha candidamente spiegato in una e-mail Bolton Global Capital, studio di consulenza finanziaria di Boston. Se un ricco messicano apre un conto corrente negli USA usando una società delle Isole Vergini Britanniche, al Governo di quest'ultimo Stato verrà comunicato solo il nome della società. Quindi le autorità messicane non sapranno mai chi è il vero intestatario del conto, perché le Isole Vergini trasmetteranno sì le informazioni sul conto, ma comunicando solo il nome della società. Un meccanismo praticamente perfetto.

Soldi sospetti? Fatti un trust USA

La riprova di quanto sia facile occultare denaro sospetto negli Stati Uniti si deve a una recente inchiesta di Global Witness: un reporter sotto copertura, munito di telecamera nascosta, dopo aver vestito i panni del consulente di un ministro straniero ha bussato alla porta di tredici grandi studi legali di New York. Voleva capire dove e come trasferire nel più perfetto anonimato enormi somme di denaro. Soldi, ha fatto capire il finto consulente, frutto di corruzione.

Il risultato? Dodici dei tredici studi legali interpellati hanno consigliato di utilizzare trust o società anonime statunitensi per nascondere i soldi del ministro. Alcune delle prestigiose «law firm» hanno persino suggerito di utilizzare il loro conto corrente per occultare i trasferimenti di denaro. Altri si sono proposti di mettere in piedi direttamente il trust. Il bello è che nessuno di loro ha violato la legge. «Gli Stati Uniti sono da tempo una delle destinazioni più gettonate da politici corrotti, cartelli della droga, organizzazioni terroristiche e grandi evasori fiscali – sospira Stefanie Ostfeld, responsabile per gli Stati Uniti di Global Witness –. La nostra inchiesta ha solo mostrato quanto è semplice farlo. Utilizzando una società anonima statunitense, tu criminale puoi facilmente nascondere chi sei e da dove arriva il tuo denaro».

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