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L’intervista

«A fare la differenza è sempre la qualità»

Parla il nuovo direttore generale del Gruppo Corriere del Ticino, Alessandro Colombi

Alessandro Colombi è il nuovo direttore generale del Gruppo Corriere del Ticino. Gli abbiamo chiesto qual è lo spirito di questa operazione. «Lo spirito – ci ha risposto – è quello di adeguarci alle possibilità che la tecnologia permette. La tecnologia consente infatti di raggiungere molti più utenti rispetto ai tradizionali lettori del Corriere del Ticino cartaceo. Noi vogliamo diffondere il più possibile il contenuto prodotto dai nostri giornalisti affinché siano vissuti e letti anche da un pubblico diverso. Vogliamo che i nostri contenuti siano letti attraverso tutti i touch point che la tecnologia attuale permette, siano questi gli smartphone o i tablet».

Obiettivo puntato sui giovani, quindi?

«La mia missione – la intendo così, avendo quattro figli dai 5 a 13 anni – è quella di infondere nelle giovani generazioni l’idea che non si possa essere superficiali, ma che si debba andare in profondità. Cercare di informarsi senza rimanere sulla superficie delle cose: per crearsi un proprio punto di vista. E noi vogliamo educare le giovani generazioni ad averne. Certo, le giovani generazioni si informano in modo completamente differente rispetto a quelle precedenti. Si informano continuamente e vivono con quello che la tecnologia mette loro a disposizione con gli strumenti già citati».

Un cambiamento epocale?

«Sì. Sono al Corriere da 4 anni. Prima ero un lettore e mi occupavo di media solo dalla parte del fruitore, non come manager. Quello che vedo è che il mezzo non è più solamente il giornale di carta. Perciò dobbiamo cercare di diffondere la buona informazione anche attraverso altri supporti».

E che fine fa la carta?

«La carta assolutamente resta, ma vogliamo che sia lo strumento grazie al quale avere soprattutto l’opinione e l’approfondimento. La carta deve differenziarci dagli altri. Deve essere ancora considerata quello strumento dove trovi un qualcosa che c’è solo lì. Purtroppo viviamo in un mondo in cui la gente non è più abituata a pagare per qualcosa di valore. Per noi la carta deve essere quell’oggetto di valore».

C’è una sfida : il paywall, cioè il sistema che consente l'accesso a determinati contenuti di un sito Internet a pagamento...

«Il paywall sarà un esercizio che verrà modificato per approssimazioni successive. Non possiamo pensare oggi di partire con un paywall che sia già la soluzione finale. Perché il paywall? Perché i contenuti esclusivi, l’approfondimento, non possono essere considerati come una commodity, un bene per cui c’è una domanda ma che viene offerta gratuitamente, qualcosa di disponibile per tutti. Naturalmente il contenuto commodity va bene: come fondazione Corriere del Ticino abbiamo la missione di diffondere l’informazione del nostro cantone. Ma non solo, ci teniamo anche a proporre contenuti originali ed esclusivi. Proprio perché vogliamo valorizzare questi contenuti esclusivi, abbiamo l’esigenza di avere un paywall. Non possiamo svalorizzare i contenuti premium sulla carta a livello digitale. Per questa ragione il contenuto di qualità è un contenuto a pagamento. Ricordo che i contenuti con paywall sono comunque a disposizione dei nostri abbonati del Corriere: per loro non è necessario avere un abbonamento aggiuntivo».

Il Ticino è pronto per questa operazione?

«Non lo sappiamo. Sappiamo però che, viste le nostre dimensioni, non potevamo prescindere da questa operazione. Anche altri grossi editori lo stanno facendo, senza possedere una ricetta definitiva. Per esempio Repubblica propone un paywall molto simile al nostro: ci sono contenuti gratuiti di flusso e di informazione continua e ce ne sono altri di approfondimento, un contenuto premium simile al nostro. Insomma, un paywall a tempo e non a numero di contenuti fruiti. Ti puoi abbonare per una settimana, per un mese o più e hai a disposizione tutti nostri contenuti. Il Corriere della Sera sta invece tentando un’altra via: avere un tot di contenuti al mese».

Qual è il suo sogno relativamente a questo progetto, al di là del fatto che funzioni bene?

«Abbiamo appena cominciato. I primi giorni sono andati bene. Ma io vengo dall’industria dove l’importante non è solo partire bene, ma consolidare il prodotto. Il mio sogno è di portare alle nuove generazioni contenuti di qualità e la volontà di approfondire le tematiche con le quali sono confrontati tutti i giorni: dalla scuola, alla socialità, al risparmio per le famiglie, allo sport eccetera».

La «macchina» della newsroom è partita da meno di una settimana. Quali sono le prime impressioni?

«È partita da meno di una settimana, ma in realtà sto lavorando su questo progetto da un anno e mezzo. Arriviamo ora al coronamento di un percorso che è durato circa 18 mesi. Dalla prima presentazione nell’ottobre 2017 ad oggi di lavoro ne è stato fatto ancora molto. Le mie prime impressioni? È un grosso cambiamento. E far cambiare le abitudini alle persone è difficile. Riteniamo però che favorisca non solo i lettori, ma anche i nostri giornalisti. Il giornalista che vuole portare un valore aggiunto e raccontarsi, con questa organizzazione ne ha finalmente la possibilità. Perché può diffondere in maniera molto maggiore di prima il suo lavoro. Oggi siamo veramente connessi con tutto il cantone. Prima, col solo mezzo cartaceo, eravamo limitati solo ai nostri abbonati».

In Svizzera i giornali continuano a perdere introiti pubblicitari. La newsroom del Corriere risponde anche a questa sfida?

«L’editoria non è un’attività scontata. Si basa sia sulla pubblicità che sull’affetto dei lettori che dimostrano la propria volontà di informarsi attraverso un acquisto in edicola o un abbonamento. È complicato perché i social media e i motori di ricerca, da cui non possiamo prescindere, hanno sottratto più del 50% degli introiti pubblicitari ai media tradizionali. Si parla di quattro miliardi e mezzo di fatturato pubblicitario in Svizzera che si sono ridotti a due. In questo contesto difficile potremo navigare se sapremo differenziarci grazie a contenuti di qualità che faranno sì che l’abbonato resti con noi, il lettorato cresca e, crescendo il lettorato, anche l’investitore pubblicitario resti sui nostri mezzi o ci scelga».

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