Siamo entrati nella seconda settimana di chiusure delle scuole. Cosa è stato fatto? Abbiamo intervistato il direttore del DECS Manuele Bertoli per fare il punto della situazione.

Da oltre una settimana le scuole sono chiuse, quale è stato il principale suo compito in questi giorni?

«La lista delle cose da fare era lunga: l’organizzazione del flusso interno di informazioni e indicazioni, la grande accelerazione sul versante dell’informatica scolastica, l’evoluzione giorno per giorno delle restrizioni da gestire, l’organizzazione di tutto quel che sta dietro la scuola che in qualche modo deve continuare, le prime ipotesi sul prosieguo dell’anno scolastico, le numerose sollecitazioni a cui rispondere e molto altro ancora. Senza contare le innumerevoli attività del collegio governativo».

La chiusura è stata dettata dall’emergenza coronavirus, un caso eccezionale al quale nessuno aveva mai pensato. Ora è realtà. Come ha reagito la «macchina scuola»?

«Direi piuttosto bene, tenuto conto della straordinarietà della situazione. Abbiamo chiesto a tutti professionalità e creatività e direi che docenti, dirigenti e servizi hanno risposto molto positivamente. Un grande grazie a tutti per quel che stanno facendo.

Per i bambini della scuola dell’infanzia e le elementari si può considerare una vacanza extra?

«Per la scuola dell’infanzia, dove la relazione personale è molto importante, direi di sì. Per le scuole elementari le cose sono diverse, so di molti istituti ben attivi nel mantenere i contatti con i propri allievi, con contenuti scolastici adeguati alle circostanze».

Alla nostra redazione sono giunte segnalazioni positive, come quella di maestri che hanno convocato genitori e figli (in maniera scaglionata), passando da una feritoia qualche compitino. Segno che un po’ tutti si sono mossi?

«Certo, proprio tirando fuori quella combinazione di professionalità e creatività di cui dicevo prima. In questo senso si tratta di un’esperienza del tutto nuova per tutti».

Agli allievi delle medie è stata recapitata una lettera personalizzata con tanto di codice di accesso per registrarsi su una piattaforma che dovrebbe agevolare lo studio a distanza. Di cosa si tratta esattamente?

«Si tratta della piattaforma Moodle, che permette lo scambio di materiale per classe e personalizzato tra docenti e allievi, e del sistema MS Teams, per la tenuta di lezioni a distanza. È qualcosa che i ragazzi del post obbligo conoscono, un po’ meno gli allievi delle medie. Non contavamo di usare questi mezzi in maniera così estesa quando negli scorsi anni e mesi sono stati predisposti, ma la situazione eccezionale che stiamo vivendo e la disponibilità di questa infrastruttura oggi permettono di tentare questo grande esperimento. Voglio ringraziare il Centro delle risorse didattiche e digitali per il lavoro preparatorio degli ultimi anni e per essersi gettato a capofitto in questi ultimi giorni in questa impresa».

C’è da attendersi che a breve i ragazzi saranno chiamati a connettersi per lezioni online?

«La struttura c’è, il know how non dappertutto, ma è l’occasione per fare di necessità virtù».

E per gli studenti del liceo e scuole secondarie cosa è stato fatto?

«Per loro si è partiti prima, contando sul fatto che questi strumenti li conoscono meglio. Le informazioni che ho sono anche in questo ambito positive, benché il passaggio all’insegnamento a distanza sia una grande novità per tutti».

Chi segue un apprendistato ora non ha più la formazione in classe e rischia di non avere neppure più quella professionale dato che molte aziende sono chiuse. Per questa categoria che alternative ci sono?

«È una delle questioni più complicate, rese ancora più complesse dal fatto che le regole sono definite a Berna e non dai Cantoni. L’obiettivo rimane comunque per tutti uno solo, evitare di perdere anni o semestri di insegnamento».

Le scuole, nella migliore delle ipotesi, resteranno chiuse fino al 19 aprile. Se il 20 dovessero riaprire l’anno scolastico sarà considerato valido e le scadenze già fissate resterebbero immutate?

«Se dovessimo riaprire il 20 avremmo perso tre settimane e mezzo, un periodo nemmeno troppo lungo rispetto alle trentasei settimane e mezzo ordinarie. Direi che potremo dire di essercela cavata a buon mercato, potendo mantenere in gran parte gli obiettivi».

Per contro, nell’ipotesi che la chiusura dovesse protrarsi ulteriormente, avete già pensato a degli scenari?

«Lo stiamo facendo assieme agli altri Cantoni, con la ferma volontà di non perdere anni o semestri».

C’è un limite temporale oltre il quale l’anno risulterebbe formalmente perso per tutti?

«No, è uno scenario da evitare».

Pensare alla rivisitazione del calendario sfruttando parte delle classiche vacanze estive per recuperare il tempo perduto è fantascienza o non è da escludere a priori?

«Lo escludo, soprattutto perché d’estate fa molto caldo e le scuole non sono attrezzate contro le alte temperature. Se si potrà annullare o spostare la scuola reclute estiva si potranno però tenere degli esami che usualmente si tengono in maggio o giugno per le ultime classi».

Facciamo un passo indietro, se ripensa alle discussioni che hanno preceduto la decisione di chiudere le aule, cosa le viene da dire?

«La verità. Mercoledì 11 marzo sono andato in Consiglio di Stato con un progetto di risoluzione che prevedeva la chiusura di tutte le scuole e l’accudimento degli allievi di quelle obbligatorie impossibilitati a rimanere a casa. Poi nel corso della lunga discussione con il dottor Daniel Koch siamo arrivati, non senza fatica, a decidere di mantenere aperte le scuole dell’obbligo chiudendo le altre, perché non si parlava ancora di chiudere le attività economiche e il rischio dello scambio intergenerazionale era alto e da scongiurare. Giovedì 12 sera la Francia ha improvvisamente deciso di chiudere le scuole (fino al giorno prima l’aveva escluso) e da un contatto con Berna sapevamo che il giorno dopo anche la Germania l’avrebbe fatto e quindi abbiamo cambiato strategia. Decisiva è stata comunque la scelta di chiudere contemporaneamente anche esercizi pubblici e commerci non necessari, in modo che molti genitori da lunedì 16 marzo fossero a casa. Senza questo elemento l’accudimento a scuola sarebbe stato molto problematico, tant’è che anche la Confederazione lunedì 16 ha seguito».

Ha un messaggio o un consiglio per le famiglie, allievi e studenti?

«Cercate di vivere questo periodo il più serenamente possibile. Agli allievi dico: restate a casa e non perdete il contatto con compagni, amici e con la scuola, anch’essa distante ma vicina, come dice lo slogan del momento».

E ai docenti cosa dice?

«Li incoraggio a continuare a fare quel che stanno già facendo, con determinazione, competenza e fantasia. Fanno parte delle categorie professionali che continuano a lavorare malgrado il virus, a favore dei loro allievi. I giusti applausi dai balconi espressi verso il personale sanitario credo vadano estesi a tutti coloro oggi si danno da fare nelle loro funzioni, compresi i docenti».

E lei come sta vivendo questo periodo complicato e pieno di incognite?

«Come molti altri lavoro senza orari e senza sosta, con un occhio alle informazioni, una girandola di telefonate, email, videoconferenze. Cerco anche di rispondere a chi mi manda messaggi di ogni genere, ma soprattutto sento un Ticino capace di affrontare unito questa emergenza dalla quale spero sapremo imparare quanto è davvero prezioso saper tendere la mano a chi ha bisogno senza se e senza ma».

Loading the player...
©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

  • 1
Ultime notizie: Approfondimenti
  • 1