Nelle missioni Apollo, quelle della conquista della Luna da parte dell’uomo, avvenuta il 20 luglio di cinquant’anni fa, anche la Svizzera ha un ruolo importante, di quelli tutt’altro che secondari. A iniziare da una fragile bandiera in alluminio che Neil Armstrong e Buzz Aldrin, i primi uomini della storia a posare i piedi sul suolo del satellite della Terra, dispiegano ancor prima di quella a stelle e strisce degli Stati Uniti. Quella bandiera è la vela solare ideata all’Università di Berna ed è l’unico strumento scientifico non americano della missione Apollo 11, appunto quella comandata da Neil Armstrong. Nasce da un’idea di per sé piuttosto semplice ma che agli scienziati dà risposte molto importanti.

Buzz Aldrin dispiega la vela del Solar Wind Composition Experiment. (Foto NASA)
Buzz Aldrin dispiega la vela del Solar Wind Composition Experiment. (Foto NASA)

Si tratta del Solar Wind Composition Experiment (SWC), sviluppato dai fisici dell’ateneo bernese sotto la guida del professor Johannes Geiss per verificare quella che allora è solo la presunta esistenza del vento solare, impossibile da intercettare e misurare sulla Terra. Il foglio di alluminio è alto 140 centimetri e largo 30 e il suo scopo è di catturare le particelle che compongono il vento solare. L’SWC è un successo, perché in effetti le particelle vanno a posarsi sulla vela ideata a Berna, sulla Luna portata anche dalle successive missioni Apollo, esclusa la 13 che viene interrotta a causa dell’esplosione di un serbatoio di ossigeno e la 17, l’ultima di tutte e comandata da Gene Cernan. Infatti, ingombro e peso sono minimi e l’importanza dell’esperimento è più che inversamente proporzionale agli stessi.

Il professor Johannes Geiss e la vela solare progettata all’Università di Berna. (Foto Wikipedia)
Il professor Johannes Geiss e la vela solare progettata all’Università di Berna. (Foto Wikipedia)

Pure Swissmint – la zecca federale svizzera – ha voluto ricordare il Solar Wind Composition Experiment, coniando e mettendo in vendita negli scorsi mesi una moneta commemorativa in argento del peso di 20 grammi che è stata disegnata da Remo Mascherini. Il diametro è di 33 millimetri e ritrae Buzz Aldrin nell’atto di conficcare lo strumento dell’SWC nel suolo lunare e rivolgerlo verso il sole, appunto ancor prima di issare la bandiera americana. Già, perché Aldrin e Armstrong avrebbero passeggiato sulla Luna per due ore e mezza, motivo per cui la preoccupazione iniziale era di avviare il più presto possibile gli esperimenti in programma. Quindi, ecco che la Svizzera dà proprio un grande contributo alle missioni sulla Luna e quelle spaziali più in generale.

La moneta commemorativa in argento coniata dalla zecca federale svizzera. (Foto Swissmint)
La moneta commemorativa in argento coniata dalla zecca federale svizzera. (Foto Swissmint)

Però, non è finita qui, perché Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins, il terzo astronauta di Apollo 11 che rimane a orbitare intorno alla Luna sul modulo di comando in attesa del ritorno dei compagni, al polso hanno un orologio fabbricato dalla casa svizzera Omega, il modello Speedmaster poi diventato celeberrimo da quel luglio del 1969. Tanto da prendere il nome di Moonwatch, ossia orologio della Luna. L’Omega Speedmaster, in questo 2019 che segna il mezzo secolo dal primo sbarco sul nostro satellite, è stato prodotto in un’edizione speciale. Un’altra chicca per i collezionisti.

L’edizione dello Speedmaster con cui si ricorda il 50. anniversario del primo sbarco sulla Luna.<br />(Foto Omega)
L’edizione dello Speedmaster con cui si ricorda il 50. anniversario del primo sbarco sulla Luna.
(Foto Omega)

E che dire del velcro, diventato indispensabile per fissare ogni oggetto possibile e immaginabile affinché non si metta a volare all’interno dei veicoli spaziali? Per gli astronauti è diventato uno strumento fra i migliori mai messi loro a disposizione e a inventarlo è uno svizzero, l’ingegnere George de Mestral, specializzato per la sua professione nel campo dell’elettricità. Siamo negli anni Quaranta dello scorso secolo e George de Mistral, rientrando da una passeggiata in campagna, nota che sulla sua giacca sono rimasti attaccati dei fiori di color fucsia.

L’ingegnere George de Mestral e il suo cane Milka. (Foto Velcro)
L’ingegnere George de Mestral e il suo cane Milka. (Foto Velcro)

Sono fiori di bardana che George de Mestral – nato a Nyon il 19 giugno del 1907 e morto ai primi di febbraio del 1990 – osserva poi al microscopio, scoprendo così che sul calice sono dotati di piccoli uncini. Ecco quindi lo spunto per creare il velcro: l’ingegnere sviluppa infatti un sistema di chiusura composto da due elementi, una striscia di stoffa con minuscoli uncini che si accoppia a un’altra provvista di minuscole asole.

Fiori di bardana, ai quali de Mestral si ispirò per inventare il velcro. (Foto Wikipedia)
Fiori di bardana, ai quali de Mestral si ispirò per inventare il velcro. (Foto Wikipedia)

Inizialmente il sistema di chiusura è in cotone ma il suo utilizzo è poco pratico, motivo per cui si passerà alla sua fabbricazione con nylon e poliestere. Il velcro viene brevettato da George de Mistral nel 1955 e il lancio sul mercato avviene verso la fine degli anni Cinquanta. Giusto in tempo, verrebbe da dire, per essere anche utilizzato nell’ambito delle esplorazioni spaziali, che in tempi ben più recenti vedono protagonista anche Claude Nicollier. Ossia l’austronauta vodese che fra il 1992 e il 1999 partecipa a quattro missione degli Space Shuttle statunitensi, il cui programma viene chiuso dopo la tragedia del Columbia, avvenuta il 1. febbraio del 2003.

Claude Nicollier nel 2010 alla base aerea di Locarno, dove nel 1963 ha iniziato<br />la sua carriera di pilota militare. (Foto Archivio CdT)
Claude Nicollier nel 2010 alla base aerea di Locarno, dove nel 1963 ha iniziato
la sua carriera di pilota militare. (Foto Archivio CdT)

Tornando ai tempi più lontani, radici svizzere le hanno astronauti a stelle e strisce che scrivono pagine storiche delle missioni spaziali. Primo su tutti Walter «Wally» Schirra, nato nel New Jersey nel 1923 e i cui nonni erano originari di Loco, in Valle Onsernone. Alla NASA i colleghi di Walter Schirra con radici famigliari nel nostro Paese sono Jack Swigert di Apollo 13 e Joe Engle, in predicato di partecipare alla missione di Apollo 17 ma sostituito dal geologo Jack Schmitt, dopo di che si rifà andando due volte nello spazio con lo Space Shuttle.

Schirra in orbita nel modulo di comando della missione Apollo 7, di cui è stato comandante. (Foto NASA)
Schirra in orbita nel modulo di comando della missione Apollo 7, di cui è stato comandante. (Foto NASA)

Walter Schirra è fra i pionieri dell’astronautica statunitense. Prima vola nello spazio nell’ambito dei progetti Mercury e Gemini ed è poi il primo a farlo per quello Apollo, insieme a Donn Eisele e Walter Cunningham. Gli astronauti designati per la missione numero uno del progetto Apollo, a dire la verità, sono Virgil «Gus» Grissom, Ed White e Roger Chaffee che il 27 gennanio del 1967 periscono però nell’incendio della loro capsula durante un test a Cape Canaveral. Da qui l’equipaggio di Apollo 7 viene lanciato l’11 ottobre del 1968 con un razzo della famiglia Saturn e in orbita prova manovre di aggancio e rendez-vous per simulare quel che sarebbe accaduto nei viaggi verso la Luna e di ritorno dal nostro satellite.

E tempo meno di un anno, ecco che Neil Armstrong e Buzz Aldrin posano i loro piedi sul satellite della Terra, mantendendo fede alla promessa fatta dal presidente John Fitzgerald Kennedy che il 12 settembre del 1962, in un discorso tenuto a Houston, aveva affermato: «Abbiamo scelto di andare sulla Luna in questo decennio e di compiere altre imprese non perché siano semplici ma perché sono difficili».

Il racconto in immagini della missione Apollo 7 con Walter Schirra, astronauta di origini onsernonesi. (Video Youtube)
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