Il ricordo

«Era buio e la nostra casa
iniziò a tremare»

Il pensiero vividissimo dei giorni peggiori - E anche dei momenti di grande umanità

«Era buio e la nostra casa <br /> iniziò a tremare»
(foto Maffi)

«Era buio e la nostra casa
iniziò a tremare»

(foto Maffi)

La casa della famiglia della nostra interlocutrice stava proprio a ridosso del valico, e da lì era possibile vedere la guerra che infuriava nella vicina Penisola: «Era la notte della vigilia di Natale e la nostra abitazione iniziò a tremare improvvisamente. Tutto era buio, c’era il coprifuoco. Potevamo vedere in lontananza i bombardamenti sopra Milano, il cielo era completamente rosso. Ho ancora la pelle d’oca solo a pensarci». Ma il conflitto sembrava avvicinarsi ogni giorno di più alla Svizzera, «quando i partigiani scacciavano i nazisti dall’Italia, questi scappavano in ritirata verso i nostri confini, a Saltrio, e lasciavano cadere sul percorso i loro averi, anche le armi. C’era davvero di tutto a terra, e ripensandoci saremmo potuti andar lì a recuperare tutte le cose che avevano abbandonato durante la fuga, ma a me hanno sempre insegnato che le cose degli altri non si toccano», dice sorridendo la donna. Tracce di quegli orrori restarono anche una volta cessato definitivamente il fuoco, proprio a due passi dal Ticino: «A Viggiù una volta finita la guerra è stata scoperta una casa di tortura utilizzata dai fascisti. Portavano lì le persone sospette per interrogarle. Nessuno fino ad allora sapeva di quel posto. C’erano dei tavoli con i chiodi conficcati. Lì sopra venivano fatte sdraiare le persone per costringerle a parlare».

Arrivederci. Sì, ma quando?

Arzo non era solo un punto di arrivo. Era anche la terra degli «arrivederci» ai propri cari. Un saluto in «data da definirsi», che poteva coincidere con un addio. La signora Isolina evoca quei momenti con una scena che la colpì profondamente: «Una nostra vicina di casa aveva una figlia sposata con un italiano, e si trasferì oltre confine. Dal ‘42 avrebbero chiuso i valichi, non si poteva più né entrare né uscire. Quella ragazza era tornata in Ticino per salutare sua madre un’ultima volta, non sapeva quando l’avrebbe rivista. Madre e figlia piangevano, mentre il marito della giovane cercava di consolarle. Quell’uomo, prima di portare via la moglie, disse alla madre di lei: ’’Non piangere, che tornerà il giorno in cui saremo tutti fratelli’.’ Sono momenti difficili da dimenticare. Quell’uomo poi è morto in guerra. Assistevamo a queste scene, ma a volte capitavano anche cose belle».

La riconoscenza del soldato

Isolina a questo punto ci racconta un episodio che per lei fu positivo, nonostante il drammatico clima di quegli anni: «Noi bambini ci occupavamo della legna. In un boschetto dove andavamo spesso a raccoglierla c’era un giovane soldato della Svizzera interna che sorvegliava la zona. Lo guardavamo, era lì che tremava dal freddo e sembrava affamato. Tornando a casa ho chiesto a mia madre se ci fosse del cibo per lui. Mi diede un pezzo di pane e tornai indietro a portarglielo. Qualche giorno dopo ricevemmo un pacco da Berna: conteneva una treccia di pane e una lettera scritta in tedesco. Li aveva inviati quel soldato per sdebitarsi. Io non conoscevo la lingua, così aspettai che tornasse mio padre per farmela leggere. Gesti del genere li ricordi per tutta la vita».

«Non doveva farlo»

Abbiamo un’ultima domanda per la nostra interlocutrice. Prima di congedarci le chiediamo a cosa ha pensato quando il direttore del DECS Manuele Bertoli ha chiesto scusa a Liliana Segre. La sua espressione cambia, non ha molta voglia di rispondere alla domanda: «Non ero all’USI quando il consigliere di Stato ha parlato, ma se fossi stata lì non sarei riuscita a tacere. Ho visto la nostra brava gente fare di tutto per chi fuggiva dalla guerra, per me non spettavano a lui quelle scuse. I ticinesi, come la mia mamma e le donne di Arzo, hanno aiutato molte persone». Si commuove rievocando ancora una volta sua madre, e i suoi occhi si fanno lucidi per la prima volta da quando siamo lì. Non se la sente più di continuare. Interrompe il discorso, ma le sue lacrime e il suo silenzio parlano ancora.

Uno spiraglio di luce

La testimonianza di Isolina è incisa sull’altra faccia della medaglia, quella dell’accoglienza dei ticinesi ai fuggitivi di guerra dall’Italia. Fatti che certamente non annullano vicende dolorose come quella di Liliana Segre, ma fanno filtrare uno spiraglio di luce nel buio della Seconda guerra mondiale. Nello stesso luogo in cui la senatrice e i suoi parenti vennero respinti in malo modo – con conseguenze tragiche – altre storie finirono diversamente. In quegli anni molte persone scelsero di non voltare la faccia.

Le reazioni

In seguito alle scuse del consigliere di Stato Manuele Bertoli a Liliana Segre, durante l’incontro all’USI di Lugano, diversi lettori e, tra di loro, alcune personalità hanno espresso il proprio parere sulle pagine del CdT. Eccone alcuni stralci.

Per i mali di ieri

«Un ticinese non può che rallegrarsi, in cuor suo, di fronte alle scuse pronunciate a nome di tutto il Cantone (...). Una richiesta di perdono (...) stimola nell’altro la concessione di quel perdono e mette le basi per la costruzione di un vero rapporto umano (...). I mali del passato possono trasformarsi (...) nel bene di oggi. (Pietro Montorfani)

Scuse prive di autorità

«In un impulso di redenzione dell’autorità federale, ha ritenuto di scusarsi «pur privo di autorità» per l’iniquo atto, frutto di una Svizzera che copriva la sua intrinseca viltà con l’alibi della neutralità (...). L’autorità ce l’hai o non ce l’hai, e nel secondo caso emerge che un bel tacer non fu mai scritto». (Alberto Bernardoni)

Possiamo farlo

«Non vediamo alcun male a porgere, in quanto ticinesi, anche noi delle scuse sentite a persone che hanno sofferto a causa di un’applicazione inumana di leggi promulgate ad hoc (...). Credo proprio che possiamo permetterci di scusarci quando le cose andarono male». (Sergio Roic)

Il Ticino senza colpa

«Per volontà di un Consiglio di Stato tutt’altro che asservito ai nazifascisti, molti profughi (...) hanno trovato rifugio e assistenza. Perché ha voluto colpevolizzare i ticinesi di colpe non loro?». (Iris Canonica)

Svizzeri, poi ticinesi

«Disumana è stata (...) la politica svizzera. Il doganiere (...) ha rispettato le leggi (...) sul suolo del canton Ticino (...). Non serve essere svizzeri solo quando fa comodo e proporre dei distinguo quando la memoria si fa critica. Ha fatto bene, Bertoli ad assumere la responsabilità politica di svizzero, prima ancora di ticinese». (Maurizio Binaghi)

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