L’Epifania tutte le feste si porta via. O quasi. In Ticino, infatti sono molti quelli che festeggiano il Natale seguendo il rito cristiano ortodosso che, secondo il calendario giuliano, cade il 7 gennaio. Oggi, quindi, se incontrate qualcuno che gira con un ramo di quercia in spalla è perché è la vigilia (e tra poco vi spieghiamo cosa c’entra il ramo).

Un paio di settimane più tardi

Il motivo di questa differenza tra cattolici e protestanti da una parte, e cristiani orientali e ortodossi dall’altra risale all’epoca di Giulio Cesare e ha a che fare con un anno composto da 365 giorni e un quarto. Il passaggio dal calendario giuliano, in vigore un po’ ovunque almeno fino al 1582 (altre curiosità su questo tema sotto), a quello gregoriano adottato dalle chiese occidentali ha quindi implicato una differenza di circa due settimane nei festeggiamenti delle feste cristiane.

Il digiuno e il falò

L’Avvento, che per gli ortodossi si conclude oggi, è caratterizzato dal digiuno che i credenti rispettano – molti anche solo il 6 di gennaio e non per tutto il periodo precedente – in attesa dell’abbuffata del giorno di Natale. Questo periodo può anche essere chiamato digiuno della Natività, quaresima invernale o di Natale. Se rispettato nella sua interezza, il periodo del digiuno inizia il 28 novembre e prevede una dieta che non contenga carne né derivati animali come latticini o uova, anche se è permesso mangiare pesce. Il giorno della vigilia, oltre che per essere l’ultimo giorno di digiuno (o l’unico, a dipendenza di come viene praticato), è caratterizzato anche dalla tradizione di andare di buon mattino nel bosco a cercare un ramo di quercia (che nelle città viene anche distribuito o venduto) e che simboleggia la prosperità. Il ramo, le cui foglie sono in questo periodo già belle secche, verrà poi bruciato, dopo la messa della sera della vigilia, all’uscita della chiesa. Qui, tradizione vuole che i fedeli si raccolgano in preghiera per dare così, scaldati dal fuoco, inizio della festa del Natale.

Un’immagine degli anni passati, davanti al tempio di San Sava a Belgrado. ©Shutterstock
Un’immagine degli anni passati, davanti al tempio di San Sava a Belgrado. ©Shutterstock

Il giorno di Natale

Nel giorno della Natività, oltre che con il classico «buon Natale», in diversi Paesi, le persone si salutano rivolgendosi le une alle altre con «Cristo è nato!». Esclamazione alla quale, l’interlocutore risponde dicendo: «È nato davvero!». Il pranzo (o la cena) del 7 gennaio prevede, come è immaginabile, una ricca tavolata, in cui molto spesso non mancano la carne e l’insalata russa. Ma soprattutto, in molte zone della tradizione ortodossa, non manca la focaccia fatta in casa, all’interno della quale viene nascosto un soldino. Prima di iniziare il pasto, tutti i commensali si alzano per far fare alla focaccia, tra le proprie mani, tanti giri quanti sono i presenti, più uno in nome del focolaio. Al termine di questo rito, ognuno trattiene tra le mani un pezzetto di pane e chi ha la fortuna di trovare la moneta avrà, si dice, prosperità e fortuna.

La moneta nascosta nel pane richiama un po’ la corona dei Re Magi nella tradizione cattolica. ©Shutterstock
La moneta nascosta nel pane richiama un po’ la corona dei Re Magi nella tradizione cattolica. ©Shutterstock

E i regali?

Un fattore che in occidente contribuisce a creare la «magia del Natale» è però dato anche dallo scambio dei regali. Anche per gli ortodossi arrivano San Nicolao o Gesù Bambino? Dipende. Gli ucraini ortodossi, proprio come fanno cattolici e protestanti, si scambiano effettivamente i regali la sera della vigilia di Natale, quindi in questo caso stasera 6 gennaio. Così come fanno in Georgia. E in entrambi i Paesi si usano alberi addobbati. In Ucraina, a portare i doni sono gli angeli, mentre in Georgia è Nonno Neve. In Russia, come in Serbia, tuttavia, il Natale è una festa esclusivamente religiosa: anche qui i regali si scambiano sotto un abete addobbato, ma non a Natale bensì la sera del 31 dicembre, quando la tradizione vuole che passi di casa in casa Nonno Gelo ossia Deda Mraz o Deda Moroz.

Ma non era il 6 gennaio?

Ma come, si dirà qualcuno, il Natale è il 6, non il 7 gennaio! In effetti c’è chi festeggia la nascita di Cristo proprio oggi, il 6 gennaio, e si tratta degli armeni, una comunità per altro presente anche in Ticino. L’usanza rispettata da questa popolazione - la cui diaspora, pur essendo sparpagliata in tutto il mondo, continua a mantenere salde le proprie tradizioni - non ha tuttavia nulla a che fare con il calendario. Non essendo noto il giorno preciso della nascita di Cristo, per i primi secoli di storia del cristianesimo vennero usate date diverse per la Natività. Queste venivano spesso scelte perché coincidevano con festività preesistenti. Le due più usate erano il 25 dicembre e il 6 gennaio. Nel sesto secolo (ben prima quindi del passaggio da un calendario all’altro), a Roma venne deciso di fare ordine e si stabilì che il giorno giusto sarebbe stato il 25 dicembre. All’epoca però, l’Armenia, essendo piuttosto lontana, mantenne le antiche tradizioni, per cui Natività ed Epifania si festeggiano lo stesso giorno: il 6 gennaio.

L’interno di una chiesa ortodossa con le tipiche candele. ©Shutterstock
L’interno di una chiesa ortodossa con le tipiche candele. ©Shutterstock

Ortodossi in Ticino e in Svizzera

Tra serbi, macedoni, montenegrini, russi, ucraini, e altre comunità che appartengono alla tradizione ortodossa, in Ticino si contano circa 4.000 persone, senza calcolare inoltre tutti quelli che, pur con le stesse origine, hanno oggi nazionalità rossocrociata. In Svizzera, secondo i dati dell’Ufficio federale di statistica (UST), alla fine del 2019, il 2,5% della popolazione si è definita appartenente ad una chiesa cristiana ortodossa (le persone - di cui fa parte anche questo 2,5% - che si sono dette credenti si fissavano alla fine del 2019 circa al 70% della popolazione totale).

Quando e perché è cambiato il calendario

Un anno giuliano aveva una durata media di 365 giorni e sei ore, cifra ottenuta facendo la media tra 3 anni da 365 giorni e uno da 366. Il problema sorge considerando che un anno, secondo le osservazioni astronomiche, è lungo in media 365 giorni, 5 ore e poco meno di 50 minuti, cioè è più breve di 11 minuti e qualche secondo. Questo significa che ogni 128 anni il calendario giuliano si sarebbe ritrovato in ritardo di un giorno rispetto alla posizione del sole. Si arrivò così al 1582 in cui, secondo le osservazioni astronomiche, la primavera era già cominciata quando il calendario segnava ancora l’11 marzo. Per questo motivo, la misurazione è stata sostituita quell’anno dal calendario gregoriano per decreto di papa Gregorio XIII, dando quindi vita al cosiddetto calendario gregoriano.

Diverse Nazioni tuttavia hanno continuato a utilizzare il calendario giuliano anche dopo il 1582, adattandosi poi a quello gregoriano solo tra il XVIII e il XX secolo. Anche i Paesi di tradizione cristiano ortodossa considerano oggi il calendario gregoriano come calendario ufficiale e istituzionale. Le Chiese di questi Paesi (tranne alcune eccezioni come ad esempio la Grecia che festeggia il Natale il 25 dicembre) usano però il calendario giuliano come proprio riferimento per gli appuntamenti liturgici. Il calendario giuliano è anche alla base del calendario berbero, tradizionale del Nordafrica.

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