Sputnik sì. Sputnik no. L’Europa, in questi giorni, sembra dividersi sempre più tra coloro che vorrebbero una rapida approvazione del vaccino russo, il famigerato Sputnik V, e quelli che, al contrario, preferiscono muoversi con maggior cautela, attendendo i più approfonditi e minuziosi controlli sulla sua affidabilità. Proprio giovedì la European Medicines Agency (EMA) ha annunciato di aver iniziato la «rolling review», l’analisi di tutti i dati finora raccolti fra produzione e sperimentazione del vaccino, ma è solo il primo di una lunga serie di passi. Non tutto, sottolineiamo, dipende dall’EMA, poiché dalla Russia deve arrivare una richiesta formale per l’approvazione della profilassi: cosa, sembrerebbe, non ancora avvenuta.

E mentre la stessa presidente della Commissione europea, la tedesca Ursula von der Leyen, non ha nascosto una certa sfiducia nei confronti di Mosca («Ancora ci chiediamo come mai la Russia offra milioni di dosi quando ancora non vaccina tutta la popolazione»), alcuni Paesi in Europa hanno deciso di scavalcare l’organo comunitario e accordarsi autonomamente per una fornitura di vaccini Sputnik V: parliamo di Ungheria, Slovacchia e della piccola Repubblica di San Marino, oltre che delle trattative aperte con Austria e Repubblica Ceca.

Eppure l’efficacia di Sputnik V si colloca con ogni probabilità a livelli comparabili a quelli dei vaccini già approvati: a certificarlo, ad inizio febbraio, era stato uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Lancet (si parlava di un’efficacia attorno al 91,6%). Quali sono, dunque, le ragioni dietro all’incedere a dir poco tartarughesco di questa approvazione? Quali gli aspetti politici?

Ne abbiamo parlato con Giorgio Comai, ricercatore senior all’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (OBC Transeuropa) ed esperto di questioni post-sovietiche.

Giorgio Comai, ricercatore senior all’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (OBC Transeuropa).
Giorgio Comai, ricercatore senior all’Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa (OBC Transeuropa).

Signor Comai, nelle ultime settimane si è osservata una certa ritrosia da parte dell’UE e dell’EMA nell’abbordare la questione del vaccino Sputnik V. Il via libera alla «rolling review» è una prima apertura, ma l’approvazione appare ancora lontana. Si può parlare, da parte europea, di una certa «russofobia»?

«Da parte di alcuni politici europei v’è sicuramente una sorta di scetticismo sistematico nei confronti della Russia. Per quanto riguarda i vaccini, è emblematico come vi siano stati sempre molti meno dubbi sul prodotto di AstraZeneca, mentre ora i dati sembrano suggerire che Sputnik V sia in effetti più efficace. Va però sottolineato che, per lungo tempo, l’istituto di ricerca Gamaleya, che ha prodotto lo Sputnik, e il Fondo russo per gli investimenti diretti, che lo ha sponsorizzato, non hanno reso pubblici i dati delle fasi 1 e 2 della sperimentazione, informando solo tramite comunicati stampa. In assenza di una totale trasparenza, la cautela con cui si è mossa l’Unione europea è legittima».

Le accuse da parte della presidente della Commissione europea von der Leyen sono fondate? Per quale motivo il Cremlino cerca di vendere il vaccino all’estero, mentre finora solo una piccola parte della popolazione russa è stata vaccinata?

«Il fatto che in Russia il numero di somministrazioni di Sputnik V sia relativamente basso non è a parer mio da ricondurre ad una scarsa affidabilità del vaccino. Bisogna innanzitutto considerare che, in generale, la fiducia da parte della popolazione russa nel sistema sanitario nazionale è da tempo molto bassa a causa dei cronici problemi di corruzione. Non stupisce dunque che gli abitanti non siano accorsi durante la campagna vaccinale. Benché durante la prima e seconda ondata ci siano stati numerosi decessi, la paura che la COVID-19 incute nei cittadini non è così forte come ci si potrebbe aspettare. La speranza di vita in Russia è bassa: parliamo, in media, di 73 anni, 68 se prendiamo in considerazione solo gli uomini. Gli appartenenti alle fasce a rischio sono dunque percentualmente meno numerosi rispetto ai Paesi occidentali. Per questo il Governo russo non subisce una particolare pressione per il proseguimento della campagna vaccinale. Non bisogna poi dimenticare che le misure anti-COVID attualmente vigenti in Russia non sono per nulla comparabili ai nostri lockdown e, da parte del mondo economico, non v’è dunque una forte necessità di chiedere riaperture passando da una rapida ed efficiente vaccinazione di tutta la popolazione. Ciò che però ha davvero rallentato la diffusione dello Sputnik V non solo in patria, ma anche all’estero, non è la mancanza di fiducia, ma quella di dosi: non sono molte e il Cremlino preferisce usarle in altri modi».

Le dosi di Sputnik a disposizione sono poche e la Russia le utilizza per efficaci operazioni mediatiche

Il fatto che molti Paesi stiano prendendo accordi con la Russia fa pensare che il vaccino possa essere prodotto rapidamente e su larga scala, non è così?

«No, la Russia ha da subito incontrato diversi problemi nella produzione e le quantità di dosi a disposizione non sono dunque moltissime. Questo è un altro motivo per cui il Cremlino preferisce ‘‘risparmiarle’’ e non utilizzarle tutte sulla popolazione ma per operazioni che potremmo definire di soft power. Grazie alla distribuzione all’estero di vaccini, la Russia ha stretto diversi accordi bilaterali che hanno avuto un grande impatto mediatico. Parliamo di costi irrisori, una manciata di dosi, per un grande ritorno d’immagine nei Paesi di destinazione. Un esempio lampante è quello della Repubblica di San Marino: Mosca ha inviato solo 7.500 dosi, ma in Italia questa piccolissima fornitura ha fatto molto parlare. L’Europa avrebbe bisogno di milioni di vaccini in tempi brevi, ma la Russia non può fornirglieli. Il Cremlino preferisce dunque mantenere la via bilaterale con Paesi medio-piccoli, ai quali può inviare poche dosi, evitando la multilateralità. Ecco perché, anche da parte della Russia, non si è fatta particolare pressione sull’EMA per avviare rapidamente il processo di autorizzazione dello Sputnik V».

A Bruxelles c’è preoccupazione per queste operazioni bilaterali?

«In passato, da parte dell’Unione europea, v’è stata spesso una preoccupazione, a tratti anche esagerata, per l’influenza e l’interferenza russa nelle proprie politiche. Per quanto riguarda la situazione attuale, simili timori potrebbero rafforzarsi nel caso in cui la partnership di Mosca con i Paesi del vicinato o dei singoli Stati dell’UE dovesse passare ad essere qualcosa di più di un mero scambio commerciale, arrivando a toccare anche aspetti politici sostanziali».

Si può quindi parlare dello Sputnik come di un vaccino «politico», di propaganda?

«Premesso che, seppur lentamente, le somministrazioni proseguono anche in Russia, e ad una velocità non troppo dissimile dalla nostra, possiamo riconoscere che oltre alla stretta funzione sanitaria v’è anche un forte fattore politico e nazionalistico nella creazione del vaccino. La Russia si è vantata di essere il primo Paese al mondo ad arrivarvi e il nome dato alla profilassi, Sputnik (lo stesso del primo satellite lanciato in orbita, ndr), ne testimonia l’importanza ideologica. Un fatto celebrato anche dai media locali. L’importanza del fattore politico lo si può identificare anche nei metodi comunicativi del già citato Fondo russo per gli investimenti diretti. Se l’obiettivo finale di questo fosse stato sciogliere gli scetticismi europei, creare un clima di fiducia e vendere più dosi possibile, avrebbe pubblicato rapidamente i risultati delle sperimentazioni evitando qualsiasi retorica aggressiva. Si è invece preferito massimizzare l’effetto propagandistico. La Russia è riuscita a sfruttare il proprio vaccino per allargare la sua influenza nei Paesi del vicinato e dei Balcani, dove l’Unione europea non è riuscita ad essere, come da lei stessa auspicato, un punto di riferimento valido nel momento del bisogno. Muovendosi rapidamente e con piccole operazioni a basso costo, Mosca è riuscita fare bella figura mettendo in cattiva luce gli avversari politici».

Sputnik rimarrà uno strumento politico

Il capo del Fondo russo per gli investimenti diretti, Kirill Dmitriev, ha affermato che la Russia sarà pronta a distribuire vaccini per 50 milioni di europei a partire da giugno, è una proiezione verosimile o un’altra strumentalizzazione?

«Dubito che la Russia possa arrivare a produrre simili quantità di vaccino per i grandi Paesi europei in tempi utili. È più probabile che la distribuzione dello Sputnik V continui ad essere strumentalizzata sia dalla Russia sia dai politici dei piccoli Stati che beneficiano degli accordi bilaterali. Il vaccino verrà utilizzato come elemento di soft power in America del Sud e in Africa, e in Paesi in cui un numero esiguo di dosi può avere un impatto più importante. In Europa, nel prevedibile futuro, Sputnik rimarrà principalmente un’operazione di comunicazione politica».

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