Sessant’anni fa, il 12 aprile 1961 era una giornata come tante al cosmodromo di Bajkonur, nel Kazakistan: un po’ fredda ma con il cielo terso. Nulla insomma che lasciasse presagire un evento epocale. Fino a quando, alla base della torre di lancio Numero 1 che ospitava un razzo vettore alto circa 40 metri, giunse un furgoncino bianco e arancione dal quale uscirono un paio di addetti che accompagnavano due ragazzotti dalla corporatura minuta che indossavano una tuta arancione e un casco pressurizzato. I due si salutarono, poi uno di loro entrò in un ascensore che lo portò quasi in cima alla torre dove, dopo aver attraversato un ponticello metallico, si infilò in un piccolo boccaporto circolare sistemandosi rapidamente sull’unico sedile posizionato all’interno della navicella (il cui nome era Vostok 1, «Oriente» in russo) e chiudendo l’oblò.

Poyekhali!

Erano le 9.07 del mattino (ora di Mosca) quando il razzo accese i motori e dopo che il suo passeggero ebbe dato il nullaosta (Poyekhali, andiamo!, comunicò via radio alla torre di controllo) si staccò dal suolo portando in circa 10 minuti per la prima volta un essere umano nello spazio. «Il cielo è nero, totalmente nero, e vedo la Terra sotto di me: è blu», fu il suo primo commento. E aggiunse: «Lungo l’orizzonte c’è una striscia di un arancione brillante che poi assume una sfumatura d’azzurro, e poi passa al nero. Quello che mi colpisce di più è quanto sembra vicina la Terra, anche da questa altezza». La sua meraviglia durò poco meno di due ore, giusto il tempo di percorrere un’intera orbita ellittica intorno al nostro pianeta, ad un’altezza variante tra i 175 e i 302 km e alla velocità di circa 27 mila km orari prima dell’inizio della discesa e del critico ritorno sulla Terra della navicella, con tanto di espulsione del passeggero con un seggiolino eiettabile e il suo atterraggio con il paracadute nella regione di Smelovska, a poca distanza da una mucca e da due contadini che dalla loro fattoria osservavano con stupore e incredulità l’accaduto. Solo 120 minuti di volo, insomma, ma che hanno cambiato la storia dell’umanità e trasformato il suo protagonista, il ventisettenne russo Jurij Alekseevic Gagarin in uno dei grandi eroi dell’epoca contemporanea.

Gagarin il 14 luglio 1961 sorridente mentre lascia Buckingham Palace, dopo un pranzo con la regine Elizabeth II. ©AP Photo/Brian Calvert
Gagarin il 14 luglio 1961 sorridente mentre lascia Buckingham Palace, dopo un pranzo con la regine Elizabeth II. ©AP Photo/Brian Calvert

Un emblema del socialismo

Un eroe divenuto tale però non unicamente in virtù delle sue doti. Premesso che si trattava di un validissimo pilota dell’aeronautica sovietica uscito da un severissimo programma di addestramento, in quell’epico volo Jurij Gagarin fu infatti sostanzialmente un... turista spettatore. L’intero viaggio fu infatti guidato da terra dal vero grande artefice dell’epopea spaziale russa, Sergej Pavlovic Korolev, che le autorità sovietiche in quell’occasione – ma anche successivamente – tennero sempre nell’ombra per paura di attentati e la cui identità ed il cui ruolo furono svelati solo dopo la sua morte nel 1966 (morte che tra l’ altro interruppe i piani di Mosca per raggiungere la Luna prima degli statunitensi). Gagarin fu inoltre preferito ad altri aspiranti cosmonauti per altri due motivi: la piccola statura (solo 1 metro e 57 centimetri) che gli permetteva di stare più comodo all’interno dell’angusta cabina della Vostok 1. Ma anche e soprattutto perché meglio del suo amico e «collega» German Titov (l’altro astronauta presente quel giorno a Bajkonur) in grado di fungere da simbolo del successo spaziale sovietico: Gagarin era infatti figlio di un modesto falegname e di una contadina e aveva lavorato come metalmeccanico prima di entrare nell’aeronautica, mentre Titov era figlio di un insegnante e non aveva lavorato prima di entrare nel programma spaziale.

La tragica scomparsa

Un ruolo di emblema del socialismo e dei suoi successi che, dopo quel 12 aprile 1961, Gagarin, pur mantenendo sempre un profilo modesto, interpretò alla perfezione: sia come ambasciatore del regime in tutto il mondo, sia come stretto collaboratore del programma spaziale dell’URSS in vari progetti: da quello che nel 1963 avrebbe portato in orbita la prima donna, Valentina Tereskova allo sviluppo della navicella Sojuz (ancora oggi operativa) e all’addestramento de suoi primi equipaggi umani. Gagarin continuò inoltre a effettuare voli sui caccia fino al 27 marzo 1968 quando, durante un normale volo di addestramento su un MIG-15, perse il controllo del velivolo che cadde in avvitamento: Jurij e l’altro pilota invece che lanciarsi con il paracadute e salvarsi restarono a bordo impedendo che l’aereo si infrangesse su un’area abitata della città di Kirzac. Gagarin aveva appena compiuto 34 anni. Poco più di un anno dopo gli americani Neil Armstrong e Buzz Aldrin avrebbero piantato la bandiera americana nel polveroso suolo lunare, riconoscendogli però quel ruolo di «Primo per sempre» che ogni anno il 12 di aprile l’umanità ribadisce ricordando quel piccolo coraggioso e modesto uomo che ci fece capire che i nostri orizzonti possono andare ben oltre quelli dell’atmosfera terrestre.

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