Quello di Weimar è un tema che non passa mai di moda. O meglio uno spettro che non vuole saperne di smettere di scuotere le coscienze di tutti coloro che hanno a cuore il cammino democratico del continente europeo. Il centenario dell’avvio di questa prima, fragile, esperienza di democrazia liberale e parlamentare in Germania ha però il merito di avere stimolato nuovi approcci e nuovi punti di vista capaci di andare oltre lo stereotipo dell’inutile, seppur tragico passaggio tra la Prima guerra mondiale e l’avvento del nazismo. Si può così rivalutare sotto vari aspetti il bilancio e l’eredità di quella repubblica tedesca che prende il nome dalla città della Turingia dove si tenne l’assemblea nazionale incaricata di redigere la Costituzione dopo la disfatta del Reich nel conflitto mondiale, apprezzando meglio il valore e i meriti del sistema parlamentare che, in un momento storico complicatissimo, i tedeschi seppero realizzare. A pochi mesi da una guerra terrificante da cui la Germania era uscita sconfitta e umiliata sotto ogni aspetto. Certo come ha giustamente osservato lo storico Hagen Schulze «nessuno può occuparsi della Repubblica di Weimar senza andare col pensiero al suo fallimento. Le speranze e i vaneggiamenti della storia tedesca si addensano palesemente nel primo esperimento dei tedeschi in fatto di democrazia» eppure continuare a parlare di Weimar soltanto come sinonimo di germe suicidario di ogni democrazia occidentale non rende giustizia alle sorprendenti realizzazioni e conquiste che quella nemmeno quindicennale esperienza riuscì a raggiungere.

Una parabola burrascosa

Un ottimo approfondimento in questa direzione è quello che ci forniscono due volumi tra loro complementari che usciti o ripubblicati in una nuova edizione ampliata per il centenario aiutano nello sforzo di comprendere la burrascosa parabola di Weimar in tutta la sua sfaccettata complessità. Se il poderoso saggio di Eric D. Weitz con una narrazione calibrata fa rivivere quei quattordici anni di contraddizioni radicali mettendone in evidenza le ombre così come la portata delle trasformazioni politiche e soprattutto sociali e del costume che marcarono la Germania dell’epoca tra riforme del welfare e una vivacità intellettuale e creativa di cui ancora non si sono attenuate le conquiste e i clamori, ecco che un agile volumetto di Andreas Wirsching esplora i meccanismi e gli equilibri istituzionali di quel nascente sistema di grande coalizione. Le ragioni della dissoluzione della «più democratica di tutte le Costituzioni democratiche» nella dittatura nazista non si riduce all’insostenibile situazione economica (comunque tra le più gravi mai sperimentate da una democrazia occidentale) ma si amplia alla frammentazione e al progressivo logoramento dei partiti conservatori e liberali che portarono all’inevitabile paralisi politico-istituzionale spianando di fatto la strada al nazionalsocialismo. Ma «Weimar continua a parlarci» come scrive Eric D. Weisz nella sua prefazione. Il suo fallimento e il suo monito ha fatto sì che oggi proprio la Repubblica federale abbia consolidato una stabile democrazia pluralista che rappresenta una baluardo a livello europeo contro tutte le, mai sopite, spinte antidemocratiche.

L’eredità culturale di un’epoca rivoluzionaria

Instabilità permanente, violenze quotidiane, scioperi e scontri di piazza, rivoluzioni, putsch, sommosse e controrivoluzioni: ma la Germania di Weimar non fu solo questo. Troppo spesso si dimentica che la Costituzione redatta tra il gennaio e l’agosto del 1919 nella cittadina della Turingia garantì ai cittadini una democrazia che in Germania non aveva precedenti. Diritti politici, libertà di parola, di riunione e di stampa, sicurezza e garanzia della persona e della proprietà; uomini e donne furono dichiarati uguali di fronte alla legge (37 le deputate elette all’assemblea con il primo memorabile discorso di Marie Juchacz nel febbraio 1919), suffragio universale e riconoscimento giuridico per i sindacati e i diritti dei lavoratori. Ma è il fervore culturale, sociale e del costume di quei pochi anni a lasciare un segno indelebile fino ai nostri giorni. Weimar vuol dire, solo per fare qualche nome, Thomas Mann e La montagna incantata, il fronte occidentale di Remarque, L’opera da tre soldi di Bertolt Brecht e Kurt Weill, Gropius e le creazioni del Bauhaus, il design che influenza ancora i mobili e le cucine che troviamo nei modernissimi grandi magazzini svedesi, le speculazioni filosofiche di Heidegger, Adorno, Benjamin e Horkheimer, la musica dodecafonica e atonale di Berg e Schönberg, le opere pittoriche di Otto Dix, George Grosz o Max Beckmann per non parlare del cinema espressionista, dal Metropolis di Fritz Lang al dottor Caligari di Robert Wiene. Una nuova idea di modernità (parità di genere e aperture ad una visione libera della sessualità comprese) capace di generare visioni e utopie per un mondo migliore. Sogni, conquiste e slanci nel futuro che neppure i dodici anni di disumana violenza nazista hanno potuto soffocare del tutto. E che, non a caso, ci sanno parlare e affascinare ancor oggi.

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