Per chi nel 1986 già c’era, il disastro di Chernobyl è una sensazione ancora presente. Quel ricordo fa parte di noi, dell’Europa intera, della nostra storia. Non è un caso allora che, di tanto in tanto, si torni a parlare di nucleare e che riaffiori la paura. Anche perché nel mezzo abbiamo avuto a che fare anche con Fukushima, con un altro drammatico incidente. Quanto accaduto in Giappone non ha solo colpito la nostra sensibilità, ha avviato un processo politico di radicale cambiamento, perlomeno in Svizzera, oltre che in Germania.

Oggi, ogni piccolo guaio a una centrale nucleare, diventa un allarme di cui è impossibile non udire l’eco. Del mese scorso, la notizia della chiusura di Leibstadt per la revisione annuale, poi la riapertura e quindi un nuovo stop a causa di una perdita di olio, provocata da una guarnizione che non ha resistito alla pressione. Sostituito il pezzo, la centrale ha quindi ripreso a funzionare al 97% della potenza. Giovanni Leonardi, presidente dell’Azienda elettrica ticinese (AET) spiega: «D’estate, la chiusura di una centrale non crea problemi dal punto di vista della produzione. L’acqua abbonda, le centrali idroelettriche quindi possono girare al massimo. E poi di regola, nei mesi caldi, il consumo cala. Più complesso sarebbe d’inverno. In caso di crisi, si comincerebbe con lo staccare i grossi consumatori dalla rete. Il ruolo delle centrali nucleari, in un discorso di sicurezza di approvvigionamento nazionale, è ancora determinante, specialmente d’inverno, quando i consumi sono più alti e quando solare e eolico producono di meno».

Verso la chiusura di Mühleberg

Presto, il prossimo (imminente) 20 dicembre, verrà staccata dalla rete la centrale di Mühleberg. «Verrà staccata e chiusa, e stop. Mancherà da un giorno all’altro energia per circa il 5% della popolazione svizzera». Insomma, chi pensa al 2050, – quella sorta di ultimatum posto dal Consiglio federale in materia di strategia energetica – guarda già troppo in là. Sempre Leonardi: «Il nostro problema non è il 2050, il problema è già oggi. Verrà chiusa Mühleberg, mentre in Germania si spegneranno tutte le centrali nucleari entro il 2022 e poi, a seguire, quelle a carbone. Parte dei consumi verrà compensata con le importazioni. Ma, certo, se andiamo avanti di questo passo, nel 2022 non ci saranno più molti Paesi con sovracapacità. E dove andremo allora a prendere energia? Sulla carta ci sono quindi decisioni politiche che, al di là dell’apparenza, sono poco compatibili con il fabbisogno». I rischi, per il presidente dell’AET: «Potrebbe non esserci sufficiente energia nei periodi invernali, quando i consumi aumentano e quando il rinnovabile produce poco. D’inverno dovremmo staccare il consumatore, d’estate, con la sovracapacità dovuta al solare, dovremmo invece staccare il produttore. Un paradosso».

La reazione a Fukushima

Un presente in cui già si pensa al futuro, con un passato non dimenticato. Si diceva di Chernobyl, tornato d’attualità. «Quel disastro in realtà è lontano. Certo, ricordo quando da ragazzo la radio ripeteva, come un ritornello, di lavare l’insalata. A Chernobyl l’obiettivo non era produrre energia elettrica, bensì plutonio. Tempi di guerra fredda. Fukushima è diverso, perché in quel caso la centrale giapponese rientrava in un discorso di approvvigionamento del Paese. Quell’incidente produsse immediate reazioni anche altrove. In Svizzera, per esempio, Alpiq, Axpo e BKW avevano in progetto la costruzione di nuove centrali nucleari, le cui domande preliminari erano già state inoltrate al dipartimento federale. Nel giro di poche settimane, sia il Governo tedesco che quello svizzero decisero di uscire dal nucleare. Per cui vennero messi nel cassetto i progetti per nuovi impianti e si avviarono le discussioni per la dismissione delle centrali in servizio. Germania e Svizzera, gli unici Paesi che dopo Fukushima hanno deciso di chiudere con il nucleare». Leonardi non usa giri di parole: «Furono prese delle decisioni politiche. Oggi, la stessa Simonetta Sommaruga, cambiato dipartimento, sembra aver capito che il tema sicurezza di approvvigionamento del Paese è serio». Difficile ipotizzare futuri dietrofront. «Vedremo. C’è di mezzo anche la volontà popolare, da rispettare. Prima di pensare di tornare su nuove centrali nucleari, si batterà la pista delle centrali a gas. Se ne parla già da anni come soluzione per la gestione di una eventuale situazione di crisi. L’Ufficio federale dell’Energia comincia a ragionare su questi scenari. Il problema, in tutti i casi, non è come sostituire le centrali nucleari in Svizzera, bensì in Europa. Pensiamo alla Germania, si spegnerà il nucleare, ma per portare l’energia eolica dal nord, dove viene prodotta, al sud del Paese, dove viene consumata, occorrono nuove linee ad altissima tensione, la cui costruzione non è una passeggiata».

Da sapere

L’approvvigionamento

Giovanni Leonardi (AET) spiega come funziona l’approvvigionamento: «Il Ticino, da un punto di vista elettrico, teoricamente è autosufficiente: produce più di quanto consuma. Ma l’energia prodotta in Ticino non è tutta gestita da AET, visto che in Ofima e Ofible ci sono anche azionisti d’Oltralpe che ritirano la loro quota parte di produzione e la commercializzano sui loro mercati. Abbiamo inoltre in Svizzera una delle reti più performanti d’Europa, anche grazie alle interconnessioni con i Paesi limitrofi. Tutto ciò ci permette da un lato di vendere la nostra energia direttamente in Ticino, dall’altro di importare ed esportare fuori dai nostri confini».

Così le nostre centrali

Sono sempre cinque, ma presto saranno quattro. Il prossimo dicembre verrà staccato l’impianto di Mühleberg. Rimarranno i due reattori di Beznau – uno dei quali tra i più vecchi al mondo –, quello di Gösgen e quello di Leibstadt. Quest’ultimo ha registrato, lo scorso giugno, uno stop temporaneo per la revisione annuale. Una volta riaperto però è stato nuovamente fermato a causa di una perdita di olio. Ora ha ripreso a funzionare.

L’ombra di chernobyl

Il disastro di Chernobyl risale al 26 aprile del 1986 ma ciclicamente torna a occupare spazi di cronaca. In questo periodo se ne è parlato per due motivi. Da una parte per l’ultimata costruzione del nuovo scudo protettivo – una struttura d’acciaio alta 110 metri, lunga 165 e larga 257 –, a copertura del reattore numero 4, la cui esplosione causò per l’appunto quella sciagura. Dall’altra per la miniserie giudicata come una delle più riuscite della storia televisiva, «Chernobyl» appunto, coproduzione distribuita negli Stati Uniti da HBO e in Gran Bretagna da Sky Atlantic. La serie ha generato anche un boom delle visite turistiche nell’area dell’incidente. E la Russia, in risposta, ha prodotto la sua serie Chernobyl, con le proprie verità.

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