Oggi si festeggia il quarto di secolo della rivoluzione del popolo rumeno contro il regime di Nicolae Ceausescu. Eppure la spontaneità della rivoluzione viene messa in discussione sui media di mezzo mondo. Qual è il significato di questo anniversario per la Romania e come convincere, i più critici, che la rivolta contro il regime comunista è stata autentica e non pilotata da interessi di altri gruppi di potere? L'anno 1989 ha segnato cambiamenti politici strutturali in tutti i paesi dello spazio Est europeo. In Polonia, elezioni semilibere a giugno e la nascita del Governo Mazowiecki; in Cecoslovacchia,movimenti di massa che hanno portato alla nomina del presidente Havel da parte dello stesso Parlamento comunista che lo aveva tenuto in galera fimo a giugno; in Bulgaria, il plenum del Comitato centrale ha allontano Thodor Zhivkov, mentre le elezioni dell'anno successivo hanno portato al vertice dello Stato Zeljo Zelev; in Germania la demolizione del Muro di Berlino e la preparazione della riunificazione fra i due Stati tedeschi. In Romania sembrava che la situazione rimanesse bloccata e che Ceausescu controllasse tutto con mano di ferro - sensazione che lui stesso aveva alimentato anche tramite l'organizzazione del 14.esimo Congresso del Partito comunista rumeno (20-24 novembre 1989). Solo che la realtà lo contraddiceva. A Iasi, un gruppo di ingegneri provenienti dalle principali industrie, il 14 dicembre 1989 organizzò una manifestazione di protesta nel centro della città. La Securitate (la polizia politica comunista rumena, ndr.) è riuscita però a fermare sul nascere questa manifestazione. A Timisora, lo stato generale del malcontento, aggravato dalle difficoltà con le quali si confrontava quotidianamente la popolazione, a cominciare dall'approvvigionamento alimentare, provocò un'azione spontanea di protesta espressa mediante un'iniziativa di solidarietà col pastore della Chiesa calvinista Laszlo Tökés. Quest'ultimo è stato obbligato dalle autorità a lasciare Timisoara per trasferirsi in una lontana parrocchia di provincia a Mineu. Alle loro azioni rigide, la popolazione rispose con un'ampia manifestazione nel centro città. Su ordine espresso di Ceausescu sono stati mandati a Timisoara quadri superiori della direzione dell'Esercito, della Securitate, del Ministero dell'interno. Il giorno 17 dicembre si è scatenata un'ampia azione di repressione armata della manifestazione popolare che si svolgeva nella piazza centrale della città; sono cadute vittima oltre cento dimostranti. Ceausescu, nel frattempo, lunedì 18, è partito in una visita di Stato in Iran. Al suo rientro, mercoledì 20, il dittatore ha constatato che le misure di repressione di Timisoara hanno avuto addirittura un effetto contrario: il giorno 20 dicembre 1989, la popolazione rivoltata, ha proclamato Timisoara città libera.Infuriato, Ceausescu, ha indetto un grande meeting a Bucarest per condannare la "ribellione" dei cittadini di Timisoara (intanto si sono prodotte azioni di solidarizzazione con Timisoara in vari centri urbani - Arad, Lugoj, Cluj e Brasov). La decisione di Ceausescu dimostra il suo totale distacco rispetto alle realtà del Paese. Il meeting da lui indetto giovedì 21 dicembre si è trasformato in una manifestazione spontanea di protesta, essendo lui obbligato dopo aver pronunciato poche parole dal balcone del Comito centrale, di rifugiarsi  nel palazzo. I tentativi di reprimere i gruppi di dimostranti nel corso della notte successiva sono falliti. La gente si raggruppava e durante la mattina del 22 dicembre si è diretta di nuovo verso il palazzo del Comitato centrale, decisa ad allontanare il dittatore. Alle 12.06 i coniugi Ceausescu sono fuggiti dall'edificio del Comitato centrale a bordo di un elicottero militare che li ha lasciati in un campo a circa 60 km da Bucarest (era scattato l'ordine di chiudere lo spazio aereo, ndr.). Verso sera hanno raggiunto la città di Targoviste con mezzi di fortuna dove sono stati arrestati ed incarcerati in una caserma dell'esercito della città. È lì che si è svolto il processo che ha condannato i due per i crimini da loro commessi.

In definitiva, cosa risponde a coloro che hanno definito la rivoluzione rumena ambigua, controversa e ordita a tavolino? Penso che questa relazione sullo sviluppo degli eventi costituisca una risposta diretta alle affermazioni contenute nella sua domanda – se la rivolta popolare fosse stata autentica oppure pilotata in qualche modo! Oppure se la rivoluzione rumena sia stata ambigua, controversa o addirittura ordita a tavolino (Quale tavolino?). La rivoluzione rumena ha cambiato in modo radicale la situazione politica del Paese, assicurando il crollo di un regime politico odioso, detestato dai cittadini. Ha garantito un processo di costituzione di una nuova realtà e del passaggio del Paese verso un regime politico democratico, pluralista – espresso fin dalle prime libere elezioni organizzate nel mese di maggio del 1990 quando fu eletta un'Assemblea costituente che ha elaborato la nuova Costituzione della nazione, approvata mediante referendum popolare, l'8 dicembre 1991, diventata una festa nazionale come il giorno della Costituzione.

Presidente Iliescu, lei, prima della caduta del regime, è stato per anni un membro del Partito comunista della Repubblica socialista di Romania, e con la sua caduta, è stato il timoniere del Fronte di salvezza nazionale (FSN) dall'inizio alla fine: quell'organismo, cioè, che ha traghettato il Paese in una nuova era di libertà, di democrazia e di libero mercato. Cos'è rimasto dello spirito di quel soggetto politico e dello spirito unitario manifestato dal popolo rumeno contro la dittatura? È vero. Sono stato membro del Partito comunista. Sono stato di più: membro della sua direzione, promosso dallo stesso Nicolae Ceausescu nel febbraio 1971, nel suo periodo di liberalizzazione, come segretario del Comitato centrale e sono stato destituito nel luglio del 1971 (quando la liberalizzazione finì con le cosiddette tesi di luglio, ndr.) con l'accusa di "intellettualismo" (come informazione utile dev'essere noto che i membri del Partito comunista erano, prima del dicembre 1989, 4,5 milioni di rumeni). Così come lei ricordava, in seguito alla rivoluzione di dicembre, sono diventato presidente del Consiglio del Fronte della salvezza nazionale che ha preso la direzione del Paese ed ha assicurato la sua evoluzione verso la democrazia e il pluralismo politico. Il 31 dicembre 1989 ho firmato nella suddetta veste un decreto legge riguardo all'introduzione del pluralismo politico, e sulle condizioni della costituzione dei partiti politici. Nel corso di un solo mese sono comparsi trenta partiti (mentre fino alle elezioni di maggio se ne erano registrati circa novanta). Ad una riunione con i leader di questi partiti ho costituito una nuova struttura di Stato: il Consiglio provvisorio di unione nazionale che ha funzionaro come una sorta di pre Parlamento ed ha organizzato le prime libere elezioni del maggio del 1990. Fu allora che è stato eletto un Parlamento bicamerale, che ha funzionato anche da Assemblea costituente e che ha elaborato, così come ho già menzionato, la nuova Costituzione democratica del Paese.

La comunità internazionale non ha lesinato critiche nei suoi confronti allorquando, a una manciata di mesi dalla sanguinosa rivolta popolare contro il regime, le è stata attribuita da più fonti la decisione di far chiamare i minatori e mettere in atto una repressione brutale ai danni dei manifestanti anti-comunisti, le cui crude immagini, hanno fatto il giro del mondo. Chi ha veramente chiamato i minatori? E perché è stata fatta questa scelta?Le critiche nei miei confronti, secondo le quali, sarei stato io a chiamare i minatori a Bucarest per reprimere i cosiddetti manifestanti anticomunisti nel giugno del 1990, appartengono all'armamentario propagandistico dell'opposizione di allora. Io godevo di un'ampia popolarità, riflessa nelle elezioni presidenziali del 20 maggio 1990. Con un'affluenza alle urne dell'oltre 86% dei cittadini aventi diritto di voto io ho ottenuto l'85% dei voti espressi. La calata dei minatori a Bucarest non è servita a nessuno e ha intaccato l'immagine del nostro Paese a livello internazionale. Essi si manifestavano come un corpo professionale ben profilato, con una organizzazione sindacale molto forte. La loro azione di pressione, inclusa quella sul Governo, era legata alle loro preoccupazioni legittime riguardo la sorte dell'industria miniera in Romania, circa il mantenimento del livello dei salari e la soluzione di alcuni problemi sociali difficili. I minatori speravano che il Governo potesse risolvere tutti questi problemi ed erano particolarmente sensibili alle discussioni circa il disimpegno dello Stato in economia in generale, del sostegno dell'industria mineraria, in particolare. Da qui anche una certa ostilità riguardo a coloro che sostenevano il ritiro dello Stato dall'economia e la promozione delle misure di privatizzazione. Dunque, la loro venuta a Bucarest dev'essere intesa in questo contesto. Nessuno li ha "chiamati", né erano interessati al loro spostamento verso la capitale.

Un altro fautore della libertà e della democrazia, inizialmente un suo stretto collaboratore ed amico, Petre Roman - che fu anche premier del suo Governo - nel settembre 1991 fu estromesso dal suo mandato. Lei nel 1992 fu rieletto alla presidenza. Tra voi si ruppe definitivamente qualcosa. Per quali ragioni? Ha ancora contatti con Petre Roman? Se potesse cosa gli vorrebbe dire? Il ritiro di Petre Roman da capo del Governo nel settembre 1991, dev'essere inteso sempre nello stesso contesto. Non sono stato io ad allontanarlo dal Governo. D'altronde, benché oggi lui sia membro del Partito nazional-liberale e deputato da parte di questo partito ( dopo essere stato lungamente capo del Partito democratico nato dalla scissione del Fronte di salvezza nazionale in seguito fagocitato dal presidente Basescu nel 2002, ndr.) noi abbiamo rapporti normali; entrambi siamo membri del Consiglio direttore dell'Istituto per la Rivoluzione rumena del 1989 (IRRD). 

Lei, oggi, continua a far politica in seno ai socialdemocratici. Nelle ultime settimane, dopo la sconfitta alle presidenziali di novembre del premier Ponta, si è anche parlato di una possibile scissione in seno al suo partito. La politica in Romania, oggi, ha raggiunto il grado di maturità che si sarebbe atteso oltre un ventennio fa? Io sono oggi presidente d'onore del Partito socialdemocratico costituitosi mediante la fusione del Partito della democrazia sociale (continuatore del Fronte della salvezza nazionale comparso dopo la rivoluzione di dicembre) con il Partito socialdemocratico tradizionale, costituitosi alla fine del secolo diciannovesimo (nel 1893).

Pensa che la recente nomina di Klaus Iohannis alla presidenza possa contribuire a rilanciare il ruolo della Romania in Europa? L'elezione del signor Klaus Iohannis (rappresentante della minoranza tedesca di Romania) è un'espressione del modo aperto con cui i rumeni apprezzano la presenza nella vita pubblica dei rappresentanti delle minoranze nazionali. Credo che ciò sia a favore delle nostre relazioni internazionali e della nostra posizione nelle istituzioni europee.

In conclusione: come vede il ruolo del suo Paese, quale membro dell'UE, in direzione di una soluzione della crisi in Ucraina? Per quel che riguarda la crisi in Ucraina, certamente noi siamo in maniera vitale interessati in una soluzione politica corretta dei problemi con i quali si confronta il Paese a noi confinante. Le nostre possibilità, come nazione ,sono limitate. Tuttavia come membri dell'Unione europea e della Nato, abbiamo appoggiato ed appoggiamo tutti i passi internazionali per la soluzione di questo conflitto nell'interesse della stabilità in questa delicata zona del nostro Continente.

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