In prima linea a fronteggiare la diffusione del coronavirus ci sono anche le case per anziani, che giocano un ruolo molto importante visto che i residenti fanno parte della categoria di persone particolarmente a rischio. Sin dalle prime avvisaglie dell’epidemia, le strutture ticinesi si sono subito organizzate. «L’arrivo del coronavirus nella vicina Italia, ci ha portati ad alzare ulteriormente il livello di sicurezza nelle case per anziani. Di fatto l’applicazione delle misure di prevenzione dell’influenza stagionale, ha reso le strutture ticinesi dei luoghi sostanzialmente pronte», spiega Eliano Catelli, presidente dell’Associazione dei direttori delle case per anziani della Svizzera italiana (ADiCASI). «La situazione evolve rapidamente, le disposizioni si adeguano indicando giornalmente azioni correttive e preventive che hanno un importante impatto sulla vita di ogni residente e collaboratore. Tutto ciò deve essere gestito con grande pragmatismo e consapevolezza, al fine di mantenere tranquillità e sicurezza». «Si rileva grande collaborazione da parte di tutti, residenti, personale, familiari, visitatori e fornitori». Chiaramente, «la gestione di ogni singolo cambiamento interno deve essere valutata e curata attentamente, non solo perché il settore non ha margini di risorse libere, ma soprattutto per l’impatto che il cambiamento ha sui residenti». Secondo Catelli, «in questo periodo così difficile diventa fondamentale dedicare dei momenti di ascolto ai residenti, ai collaboratori e ai familiari. Vorrei ringraziare tutto il personale per il grande impegno, la professionalità e l’umanità che ogni giorno mettono a disposizione dei residenti e della collettività».

Un team ad hoc

Per gestire questa situazione del tutto straordinaria, l’ADiCASI ha istituito una cellula di crisi di supporto alle case per anziani, che si occupa di raccogliere e diffondere le misure organizzative volte alla salvaguardia della salute e della sicurezza di residenti e collaboratori, che rispettivamente in Ticino sono oltre 4.500 e 5.800 persone . Il team – del quale fanno parte il segretario generale Luca Leuenberger, la coordinatrice Viviana Spagnoli, l’esperta nella prevenzione e il controllo delle infezioni associate alle cure Morena Landis-Tonet e l’informatico Alan Vananti –, si occupa in particolare di supportare le case per anziani per facilitare l’operatività quotidiana raccogliendo e condividendo le esperienze delle singole strutture e di trasmettere tutte le informazioni che arrivano dallo Stato maggiore cantonale di condotta (SMCC) e dall’Ufficio del medico cantonale alle 68 strutture ticinesi e alle 6 nel Grigioni italiano e viceversa. Ad oggi gli aspetti più critici riguardano la gestione e l’approvvigionamento del materiale sanitario e la comunicazione tra le parti.

Molti grandi cambiamenti

Le strutture ticinesi, oltre alle misure intraprese per evitare afflussi di persone dall’esterno, si sono trovate confrontate con un impostante cambio di paradigma. «Abbiamo promosso le competenze per gestire pazienti affetti da Covid-19 e da patologie respiratorie. Parliamo giustamente di “case anziani” perché per gli ospiti è la loro casa. Ma in realtà di tratta di istituti di cura medicalizzati», spiega il dr. Franco Tanzi, coordinatore del gruppo di lavoro Case anziani dello SMCC e geriatra alla Clinica Luganese Moncucco. «Abbiamo messo a disposizione dispositivi medici e farmacologici, come ossigeno e farmaci per contenere l’affanno respiratorio. Siamo in grado di offrire una medicina quasi ospedaliera che possa garantire agli ospiti la necessaria sicurezza». Questo cambiamento non implica uno stop alle ospedalizzazioni: nelle strutture vengono trattati coloro che presentano sintomi di grado lieve-moderato oppure con una prognosi troppo nefasta. «In questo caso un ricovero è inutile e ci occupiamo di accompagnare l’ospite in un ambiente a lui familiare e con dei volti noti. In generale le persone anziane hanno più timore del momento della morte che della morte stessa. Ed è in questo momento che una presenza amica e rassicurante è decisiva».

Videochiamate e tablet

Per ovviare allo stop alle visite, le strutture si affidano alla tecnologia: «Ci siamo subito organizzati per consentire agli ospiti di fare delle videochiamate ai propri parenti. Inizialmente con gli smartphone, poi ci siamo muniti di tablet. Quando aiutiamo gli ospiti a fare delle videochiamate si creano spesso situazione divertenti, non sono abituati alla tecnologia e prima di capire che devono parlare con uno schermo ci vuole un attimo», spiega Fabio Maestrini, direttore delle Case anziani di Chiasso. «Per quanto riguarda l’animazione, la stiamo mantenendo rispettando le disposizioni cantonali, quindi evitando gli assembramenti. Il nostro bar interno ad esempio, normalmente aperto al pubblico, continua la sua attività ma i tavolini sono stati allontanati e si mantengono le distanze. Il parco invece è agibile agli ospiti, ma chiuso alla cittadinanza. Cerchiamo di mantenere quello che si può. Le difficoltà di una casa anziani in questo momento credo siano direttamente proporzionali a quando la struttura è aperta di solito. Negli ultimi anni si è insistito molto sull’apertura e sull’intergenerazionalità, e io credo molto nel modello, ma tutto questo adesso è impossibile. Combatteremo per tornare come prima, questo è un luogo di vita. Devo dire che ospiti e parenti stanno capendo la situazione, sanno che gli anziani sono una categoria a rischio e quindi comprendono la chiusura attuale».

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