Image
L’anniversario dello IOSI

In vent’anni dal «medioevo» al futuro

La spinta di Franco Cavalli e l’attenzione alla ricerca, il senso di rivalsa rispetto ai pregiudizi e le sfide del futuro dell’Istituto

«Sicuramente bisognerà andare verso una forma di medicina di gruppo, nel senso che più medici con interessi affini aprono uno studio comune, o almeno avente in comune gli apparecchi di laboratorio e radiologia. Questo è già avvenuto nelle grandi città della Svizzera tedesca; da noi sta avvenendo con un certo ritardo, anche perché i nostri paesi sono più dispersi nell’ambito geografico e non abbiamo grandi città. Probabilmente però molti dei giovani medici sentono una forte spinta verso il lavoro di gruppo. Nei prossimi anni...».

Franco Cavalli aveva 35 anni, nel marzo del 1978, quando proprio al Corriere introduceva i lavori relativi a quello che sarebbe stato il Servizio oncologico cantonale. Da allora sono passati quarant’anni. Venti ne sono passati, invece, dalla creazione dell’Istituto oncologico della Svizzera italiana (IOSI), sorto proprio sulla base di quelle esperienze, di quelle riflessioni diventate realtà. Oggi si celebra il compleanno dello IOSI, ma sullo sfondo anche quello del Servizio cantonale. «Nacque alla fine degli anni Settanta in un contesto caratterizzato dalla totale mancanza di coordinamento. Fu il primo esempio in effetti di rete sanitaria su scala cantonale, basata su alcuni precisi punti di riferimento ma capace comunque di garantire prossimità ai pazienti», ricorda oggi lo stesso Franco Cavalli, fondatore del Servizio e anima – non solo agli albori – dello IOSI.

«Oncologia ovunque trainante»

Michele Ghielmini è l’attuale direttore medico e scientifico e conferma: «Lo IOSI è stato ed è tuttora un modello per tutta la sanità cantonale e per l’ente ospedaliero. È stata la prima realtà sanitaria in Ticino a coniugare la parte medica con quella della ricerca, a costruire una rete interna e con centri svizzeri e esteri. Perché l’oncologia? Perché Franco Cavalli è un oncologo. E poi in tutti i Paesi l’oncologia è sempre stata trainante. Nasce anche come una sfida a una malattia che non aveva soluzioni, con una spinta da un lato della politica e dall’altro delle case farmaceutiche». Ancora Cavalli: «L’oncologia è per sua natura un ramo interdisciplinare. Un oncologo detta le terapie, certo, ma ha bisogno della collaborazione di tanti colleghi, dipende dal coordinamento». Naturale arrivare allo IOSI. Naturale ma non scontato, in un cantone tanto frammentato. «Ai tempi – prosegue Cavalli – si diceva che il miglior medico ticinese fosse il diretto per Zurigo. Ogni ospedale, in Ticino, era una realtà a parte; realtà controllate da partiti, municipi, ordini religiosi. C’era poca cooperazione». E poi: «Il distacco rispetto agli ospedali confederati era abissale. La struttura era medievale».

«Vinti i regionalismi»

In Ticino siamo sempre stati abituati a una medicina di iper-prossimità. «Ma le resistenze a spostarsi di qualche chilometro sono sempre meno», fa notare Alessandro Bressan, direttore dello IOSI. «Il ticinese vorrebbe sempre tutto vicino. Ma bisogna fare un discorso relativo alla qualità delle cure. Concentrazione e specializzazione consentono alla struttura medica di migliorare la propria offerta. D’altronde sarebbe impossibile riuscire a offrire tutte le specialità in tutte le sedi. Il nostro modello è l’hub and spoke: un centro - la sede di riferimento, Bellinzona - da cui partono i vari raggi». Non è stato semplice vincere i regionalismi, in un cantone caratterizzato anche da una forte presenza del privato. «Tutto ciò può anche aver rallentato il progresso verso una struttura collaborativa – prosegue Cavalli – In tutti i casi l’ente ha permesso al Ticino di fare un deciso passo in avanti. Più o meno rapido, si può discutere, ma oggi anche il fatto di poter pensare a una facoltà di medicina in anticipo rispetto ad altri centri importanti come San Gallo e Lucerna dimostra che il lavoro fatto è stato ottimo».

«Un ideale punto di partenza»

Insomma, oggi si festeggia il doppio compleanno, in particolare quello dello IOSI. «Vent’anni, un grande traguardo – sottolinea Bressan – Un grande onore per noi festeggiarlo, anche perché rappresenta un ideale punto di partenza». Michele Ghielmini, che a fine anno lascerà l’incarico nelle mani della professoressa Silke Gillessen Sommer: «La principale sfida vinta è stata quella dell’interdisciplinarietà. Ancora vent’anni fa ogni specialista lavorava per conto proprio. Con lo IOSI siamo arrivati a un lavoro strutturato, con confronti continui e regole precise: il tutto per migliorare la qualità della cura dei pazienti. Per il futuro, penso che la sfida sia quella di permettere sempre più al Ticino di confermarsi quale punto di riferimento nell’ambito della ricerca. Siamo già abbastanza conosciuti per certi tipi di malattie, per il lavoro sui linfomi per esempio e per lo sviluppo di nuovi farmaci. Essendo la professoressa Gillessen specialista dei tumori della prostata, probabilmente diventeremo un punto di riferimento anche in quel campo. E poi si apre la facoltà di medicina. C’è tutto per continuare a sviluppare un polo di ricerca biomedica di valenza internazionale».

«Essere all’avanguardia»

La ricerca, già. È il lato dello IOSI meno visibile ai pazienti, quello sviluppatosi nello IOR, l’Istituto oncologico di ricerca, figlio appunto dello IOSI. Franco Cavalli ricorda: «All’epoca, influenzato dagli schemi esteri, riuscii a ottenere dei letti in ospedale, che gestivo direttamente. Ciò non accadeva nelle cliniche universitarie d’oltre Gottardo. L’accesso diretto ai letti è fondamentale, se si vuole fare ricerca, soprattutto sui nuovi farmaci. Ecco allora che questo aspetto ci ha permesso di ottenere un vantaggio, poi conservato anche sulla spinta delle responsabilità. Anche il fatto di organizzare il congresso sui linfomi ci ha obbligati a essere il più possibile preparati». Lo IOSI che primeggia, quindi. Alessandro Bressan spiega: «Primeggiare significa avere delle linee guida riconosciute sul piano internazionale, offrire la miglior qualità possibile di cure al paziente, fare in modo che i pazienti della Svizzera italiana abbiano un punto di riferimento. Primeggiare significa anche condividere, far parte di una rete sempre più globale di conoscenze e contatti, fare ricerca, investire nella ricerca, fare squadra. Insomma, essere all’avanguardia».

«Il modello anglosassone»

Franco Cavalli aveva questa visione dello IOSI già vent’anni fa, o probabilmente anche quarant’anni fa. «Nella mia formazione all’estero, avevo avuto modo di conoscere il modello anglosassone del comprehensive cancer center, un modello che abbatteva i muri delle specializzazioni a favore di una maggiore collaborazione tra medici nella lotta ai tumori. In Ticino ciò corrispondeva a una visione futura. Abbiamo aggiunto i tasselli uno a uno sino allo IOSI attuale». Lo IOSI che va oltre il rapporto diretto tra paziente e medico. Un rapporto che si basa su un’intera struttura. Ghielmini spiega: «Il medico che riceve il paziente detta la cura, sì, ma dietro c’è il lavoro interdisciplinare di tanti specialisti. Un lavoro, questo, più difficile da trovare nel ramo privato. E dietro ci sono anche ricerca e formazione, continui aggiornamenti. Il fatto di fare ricerca ci pone all’avanguardia. Vent’anni fa si lavorava già bene, seppure in maniera primitiva, ma certo oggi i pazienti hanno maggiori opportunità grazie ai progressi effettuati».

«Invertire il diretto per Zurigo»

Tornando al futuro, Bressan si prepara ad accogliere la professoressa Gillessen. «Michele Ghielmini lascia una grande eredità, per cui sarà molto importante, in primis, avere continuità. Poi parliamo di una professionista di spessore. Speriamo possa trascinare lo IOSI sino al prossimo livello». Cavalli: «Le era stato offerto il ruolo di primario di oncologia dall’Universitätsspital di Zurigo, ma ha preferito lo IOSI, proprio grazie anche al nostro impegno nella ricerca. Per il futuro vedo quindi uno IOSI sempre più concentrato in questo ambito, ma vado oltre. Oggi è più facile muoversi da un cantone all’altro, per cui vedo uno sforzo supplementare nel far venire a Bellinzona pazienti italofoni dal nord delle Alpi, invertendo quello che era il diretto dal Ticino a Zurigo. Una rivalsa? Sì. Ai tempi era difficile essere considerati dalle autorità federali come un’entità credibile. Eravamo considerati una sorta di terzo mondo nel settore sanitario. Ho lottato a lungo in questa direzione». E oggi si festeggia.

Luca Crivelli: "Non manca uno sguardo critico sui costi"

Lo IOSI è un’eccellenza cantonale. Sia dal profilo della ricerca, sia dal profilo economico. Di questa tematica, strettamente legata all’inesauribile dibattito sui costi della salute, ne abbiamo discusso con Luca Crivelli, direttore del Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della SUPSI e membro del CdA dell’EOC. «Sicuramente lo IOSI, pensando alla realtà sanitaria ticinese, è uno dei fari indiscussi in questo campo» spiega Crivelli. «La struttura dà un grande contributo sul fronte della ricerca, delle cure ma anche della sostenibilità economica. È notoriamente un istituto che ha sviluppato delle politiche interne, contrattuali, molto più sobrie rispetto ad altri rami del nostro sistema sanitario. Un fatto dovuto anche all’orientamento idealistico di chi lo ha fondato». Anche in un confronto più ampio, nazionale, lo IOSI riesce a essere un punto di riferimento in questo ambito. Ma si può sempre migliorare. «Credo che il tassello mancante sia trasmettere le competenze maturate nella ricerca e nella cura dei pazienti alla formazione dei nuovi medici» spiega il professore. «La soluzione è già a portata di mano e verrà definita proprio in queste settimane grazie alla Medical Master School, che offrirà la possibilità di trasmettere queste conoscenze alle nuove generazioni di medici».

I costi, ora. Nella sanità, questa voce ha sempre un peso rilevante. In Ticino quarant’anni fa, prima ancora della creazione dell’EOC e con i cinque ospedali cantonali ancora slegati fra loro, si dibatteva ad esempio sul continuo aumento delle spese per le cure. «È importante non perdere mai di vista il rapporto fra costi e benefici di un’attività» dice Crivelli. «Ma la sanità nel suo complesso ha una serie di caratteristiche che rendono questi aumenti quasi invincibili, difficilmente evitabili. Per tre ragioni. La prima: gli aumenti di produttività nel settore industriale, ad esempio, sono decisamente più elevati rispetto a un settore labour-intensive – ovvero ad alta intensità di manodopera – come quello sanitario. La cura dei pazienti è tipicamente una relazione fra persone. È un fenomeno economico descritto con l’effetto Baumol, o malattia dei costi. L’adattamento delle remunerazioni in questo settore segue l’andamento di tutta la società, però la produttività cresce a un ritmo inferiore. La seconda ragione: la demografia. Noi siamo abituati a pagare i costi della sanità raccogliendo i contributi sull’arco di un anno per coprire le prestazioni erogate in quello stesso anno. Ciò implica che se la percentuale di popolazione che si trova nella fase più bisognosa di cure aumenta, anche il fabbisogno finanziario di quell’anno aumenta. Portando a un bilancio negativo del rapporto entrate-uscite. La terza: la dinamica di innovazione nel settore sanitario non è parallela rispetto agli altri settori industriali. In campo medico si fanno cose nuove, si soddisfano nuovi bisogni, si esplorano nuove conoscenze, ma allo stesso tempo non ci sono sufficienti innovazioni ‘‘di processo’’. Pensiamo ai telefonini: continuano ad allargare lo spettro delle loro prestazioni ma i costi di produzione diminuiscono. Ciò provoca un sostanziale mantenimento dei prezzi. Nella sanità c’è poca innovazione di processo anche perché il sistema di finanziamento è, di fatto, socializzato. E il prezzo delle prestazioni, dunque, non ha un impatto così importante per il consumatore». Questo in senso generale. Scendendo nel particolare, e analizzando il caso svizzero, si nota come il problema legato all’aumento dei costi della sanità abbia anche delle cause specifiche legate al sistema. «Il consigliere federale Alain Berset ha recentemente proposto un primo pacchetto di misure per frenare gli aumenti» ricorda Crivelli. «Riforme necessarie, sì, ma non dobbiamo pensare che i problemi di fondo spariranno». Anche perché di mezzo ci sono le case farmaceutiche. «Lo IOSI, ad esempio, è interessato a spostare in avanti la frontiera dell’innovazione scoprendo nuove cure per combattere i tumori. Poi le aziende farmaceutiche prendono queste idee, questi protocolli, trasformandoli in opportunità di business. Dove il denaro conta. Ma ricerca e produzione sono inscindibili: per arrivare a un farmaco su scala industriale, servono investimenti enormi e il know-how di queste imprese. Ciò tuttavia non significa mettere la testa sotto la sabbia riguardo al tema del costo elevato dei farmaci in Svizzera. Lo IOSI e il professor Cavalli hanno sempre auspicato una regolamentazione più decisa dei prezzi. L’Istituto riconosce la necessità di far rientrare i tassi di rendimento del settore farmaceutico entro limiti socialmente responsabili».

L’anniversario

Lo iosi

Nato nel 2000 a partire da quello che era il Servizio oncologico cantonale, lo IOSI è un esempio riconosciuto di multidisciplinarietà, all’avanguardia nella ricerca, in particolare nel trattamento dei linfomi, e nella formazione. Fondato da Franco Cavalli, è attualmente diretto da Alessandro Bressan e, nel settore medico, da Michele Ghielmini, che a fine anno cederà il testimone a Silke Gillessen Sommer.

Il programma di oggi

Per festeggiare i suoi primi 20 anni, lo IOSI ha organizzato per oggi un evento pubblico presso il Teatro sociale di Bellinzona. Ai direttori Alessandro Bressan e Michele Ghielmini il compito di aprire il programma alle 16.00. Poi si alterneranno gli interventi di Marina Carobbio, di Luca Crivelli sul tema dell’equità e della sostenibilità della sanità svizzera, di Yvonne Willems-Cavalli sull’evoluzione del ruolo degli infermieri e del professore Martin Fey sul contributo del Ticino all’oncologia svizzera e internazionale. Le conclusioni saranno curate, attorno alle 18.00, da Franco Cavalli.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

  • 1
Ultime notizie: Approfondimenti
  • 1
    Città

    Un caffè nel futuro dell’autogestione?

    Secondo la municipale di Lugano Zanini Barzaghi è ancora possibile trovare una forma di convivenza all’ex Macello - Più duro il vicesindaco Bertini: «No ai ricatti»

  • 2
    Allattamento

    Un legame atteso, non un ricatto

    Al via oggi la Settimana mondiale - La psicologa: «La relazione madre-figlio è messa alla prova dalla società contemporanea»

  • 3
  • 4
  • 5
    Verso le elezioni

    In Svizzera l’identità resta garantita

    Una riflessione sullo stato di salute della politica nazionale in vista delle federali e di fronte alle diverse alleanze - Il politologo Marc Bühlmann: «Sarebbe un problema per la democrazia se non ci fossero tante possibili coalizioni»

  • 1