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Il reportage

L’uomo in divisa che vive sulla ramina

Dai contrabbandieri di sigarette e limoni alla tecnologia odierna: com’è cambiato il lavoro delle guardie di confine - Mezzi e opportunità sono molto più vasti di un tempo, sia per le autorità sia per chi cerca di scampare ai controlli - Un viaggio che va dai curiosi ritrovamenti di animali nascosti nelle auto alle motivazioni che spingono a fare questo mestiere

La ramina, che per definizione è una rete metallica di recinzione, al confine tra Svizzera e Italia assume un significato diverso. Si potrebbe dire che riassume tutto un mondo. Per un’intera giornata abbiamo accompagnato due agenti del Corpo delle guardie di confine che ci hanno fatto entrare in questo loro universo.

Lo sapevate che, una volta, erano i piccoli contrabbandieri della ramina a denunciare chi trafficava in esseri umani? Sì perché intralciavano il loro «lavoro», quindi conveniva fare in modo che le autorità se ne occupassero e li «togliessero di mezzo» lasciando così un po’ di agio a quel traffico, se così si può dire, più innocuo. Se c’è un territorio in cui la guardia di confine è nel proprio habitat naturale è proprio in questo Mendrisiotto che, non fosse per il ponte diga, sarebbe quasi interamente attorniato dall’Italia. Oggi gli agenti non stanno più alle calcagna di chi nasconde sigarette, accendini o agrumi, come una volta, o perlomeno non solo. I loro compiti sono più vasti così come la gamma di fenomeni da tenere sott’occhio e i mezzi con cui farlo. Una giornata di lavoro in compagnia del sergente maggiore Michele Corti (caposquadra) e del sergente Lorenzo Quattropani (sostituto caposquadra) ci ha mostrato un assaggio di questa loro quotidianità. Nelle foto a corredo di questa giornata non ne mostriamo tuttavia i volti per tutelare l’efficacia del loro lavoro.

Malgrado la generosa disponibilità a condividere un intero turno con una giornalista e una fotografa (e, prese dall’interesse, forse anche qualche ora di troppo), il loro atteggiamento, non lo neghiamo, ci è inizialmente sembrato un po’ distaccato. Sarà per l’abitudine a non dare troppa confidenza, sarà per quell’autocontrollo ormai entrato nelle vene dopo decenni di esperienza, o forse semplicemente sarà stata una nostra percezione una volta ritrovateci circondate da divise. Iniziato con loro «il giro» in pattuglia, il ghiaccio ha tuttavia cominciato a cedere.

Sì perché l’uniforme, in fondo, trasmette a tutti noi messaggi incisivi di cui spesso non siamo nemmeno coscienti: a chi rassicuranti certezze e a chi autoritarismo. L’atteggiamento nei confronti della tenuta ufficiale non è quindi sempre dei più benevoli. Gli agenti lo sanno e ne devono tenere conto. «C’è chi parla con noi agenti e chi invece vede solo una divisa. C’è chi si agita senza motivo, ma c’è anche chi un motivo per agitarsi ce l’ha», spiegano.

Servizio fotografico di Chiara Zocchetti
Servizio fotografico di Chiara Zocchetti

«La famiglia? Sa che è un lavoro fatto così»

Quattropani e Corti lavorano nella sede chiamata Posto Ticino, la cui particolarità è quella di non avere nessun obbligo di copertura del territorio predefinita, ma libertà di movimento a seconda delle emergenze che si presentano di giorno in giorno. In passato hanno svolto anche ruoli, per quanto possibile, più stazionari. Le libertà di azione, così come la responsabilità che derivano dal Posto Ticino, però, danno una soddisfazione diversa. Certo, non è sempre facile adattarsi ai ritmi della vita di una guardia di confine. «È capitato – racconta Corti – che tornassi in servizio mentre ero in vacanza perché proprio in quei giorni si stava portando a termine un caso che avevo seguito da vicino. E allora cosa fai? Non vieni a visionare i frutti del tuo lavoro di mesi?». Le mogli, le famiglie – i due non lo negano – fanno sacrifici per adeguarsi a questi orari così irregolari e agli imprevisti. «Ma capiscono che è un lavoro fatto così».

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Anche i furgoni ai raggi X

Oggigiorno il personale è sempre più specializzato, ci aveva spiegato poche ore prima il capo del Posto Ticino, Paolo Zamblera (nella foto qui sopra). La centrale, con sede a Mendrisio, di cui non tutti sanno perché volontariamente poco segnalata, è stata inaugurata tre anni fa. Al suo interno ci sono sale interrogatori, strutture per controlli approfonditi e anche l’intera attrezzatura per smontare veicoli (dall’automobile a furgoni e autobus) e per eseguire sui mezzi controlli ai raggi X come quelli svolti negli aeroporti sui bagagli (anche se al confronto, quelli dell’aeroporto sono in miniatura). Qui, per esempio, sono stati portati, insieme ai passeggeri, i passatori rintracciati un paio di mesi fa a Capolago mentre trasportavano illegalmente 26 persone. Sempre nella sede del Posto Ticino, i 26 sono poi stati raggiunti dal personale della Segreteria di Stato della migrazione (SEM), che si è quindi occupato di sbrigare le loro pratiche e assegnarli alle strutture appropriate.

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Sempre più specialisti

«Pattugliamo anche i valichi non presidiati, compresa la ramina, dove però c’è sempre meno rischio di incappare in qualcuno che cerca di passare illegalmente». Nel decidere come filtrare i passaggi e su chi concentrare i controlli entrano in gioco diversi fattori, spiega Zamblera. Ci sono alcuni profili di veicoli maggiormente «tenuti d’occhio», così come alcune tratte di provenienza o destinazione, determinati periodi dell’anno o del giorno considerati più o meno caldi o anche la scelta di attraversare certi valichi rispetto ad altri. Elementi che, singolarmente o sommati, possono per qualche motivo portare gli agenti a sospettare che ci sia qualcosa che non va e quindi fare un controllo. «È per identificare questi elementi che il personale è sempre più specializzato». Un esempio? L’aver notato il cruscotto di un’auto fissato con tutte le viti identiche, tranne una che era diversa: questo ha insinuato il dubbio che proprio quella fosse stata cambiata per un motivo. Il controllo ha portato a scovare 11 chili di eroina nascosti proprio in quel vano.

È pur vero che, nonostante i mezzi siano sempre più all’avanguardia, anche il crimine si ingegna e trova nuovi modi per aggirare le regole. In un caso, per esempio, ci si è accorti che, in treno, nei sedili al fianco di una bella ragazza, giovane e ben vestita, veniva spesso identificata una tipologia di persona che poteva per molti versi rispecchiare il «prototipo dell’irregolare». Be’ si è poi scoperto che non era un caso: il passeggero era lì per attirare su di sé – pur essendo «pulito» – l’attenzione delle autorità, mentre la donna importava indisturbata sostanze stupefacenti.

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Capibara, tigri, serpenti, iguane

Tra coloro che negli anni hanno tentato di fare i furbi, si contano esempi a dir poco singolari. In una valigia dal peso sospetto un agente, dopo essere riuscito a fatica a spostarla, ha esumato nientemeno che un capibara. Affumicato. E cos’è? Si chiederanno alcuni. Be’, il capibara è il più grande roditore esistente. Vive nell’America del sud e può raggiungere fino a 70 chili e 135 centimetri. In sostanza: un gigantesco topastro. Affumicato.

Non sono poi mancate pelli di pitone o di lupo, bisce nascoste nelle borsette, iguane sotto i sedili e persino una tigre. Questo tipo di controlli diventa più efficace se supportato dall’unità cinofila che dispone di sei cani. Tra quelli addestrati dalle guardie di confine ce ne sono alcuni specializzati in materie animali, altri lo sono in sostanze stupefacenti oppure in esplosivi.

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Dalla bici al drone

Tornando al nostro giro di pattuglia insieme al sergente maggiore Corti e al sergente Quattropani, cui ormai diamo del tu, chiediamo loro come è cambiato il mestiere. «Quando ho cominciato – racconta Corti –, 25 anni fa al valico di Pizzamiglio, c’erano soli cinque agenti e i turni erano fissi. Oggi molto è cambiato», a partire dal flusso di auto che quotidianamente attraversa i confini. Alcuni aspetti non sono tuttavia mutati, continua Quattropani mentre proseguiamo il nostro percorso tra le zone sensibili che al momento risultano però particolarmente tranquille. «Ancora oggi capita di dover prendere una bici e appostarsi in osservazione in abiti civili. Certo, non è più la quotidianità come lo era una volta, quando si restava al freddo anche per 4 o 6 ore aspettando che succedesse qualcosa». All’osservazione in borghese e spesso al freddo, oggi si preferisce, quando è possibile, l’uso del drone. E se, come è ingenuamente capitato a noi, vi venisse il dubbio che quello visto volteggiare sopra il tetto di casa fosse proprio il drone delle autorità, non temete: l’apparecchio di cui ci stanno parlando è un bestione di 6 metri e difficilmente potrebbe essere confuso con i droni comuni.

Perquisizioni e controlli

Arriviamo a Brogeda, dove la moltitudine di auto rende il lavoro più caotico. Gli agenti fermano un bus diretto in Germania, ne passano in continuazione, raccontano: almeno uno ogni mezz’ora. Il cane annusa tra i sedili. Sembra non trovare niente quando... l’istinto canino viene attirato da qualcosa. Invece no. Falso allarme per questa volta, e siamo di nuovo fuori.

Per l’ultima tappa di una giornata di cui è impossibile raccontare tutto, andiamo a vedere l’operato alla stazione FFS di Chiasso. Una guardia di confine in servizio identifica una giovane rom dell’interland milanese segnalata in precedenza dalla polizia ferroviaria per non aver pagato delle multe. La ragazza giura di non aver fatto nulla ma, dopo i controlli di rito (documenti, oggetti personali e controllo di sicurezza), gli agenti sono comunque tenuti a chiamare polizia o Procura.

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Non solo aneddoti curiosi

Mentre parliamo con le due guardie e altri loro colleghi, l’occhio cade sulla targhetta con il nome: alcuni l’hanno altri no. «Come mai?», chiediamo, mentre la mente va a quel tragico caso di cronaca avvenuto nel 2002 in Capriasca. La moglie di un agente fu brutalmente uccisa in un atto di vendetta architettato da un uomo che aveva avuto un diverbio con il marito della vittima, allora guardia di confine a Brogeda. Che non sia quindi un modo per proteggere la loro privacy? «No, è un caso che non ce l’abbia», risponde Quattropani scoprendo il nome che si era nascosto dietro al giubbotto. Come vi ha fatto sentire quel caso? Vi ha mai portato a mettere in dubbio il vostro lavoro? «No», risponde l’agente senza esitare, dando un senso a quella risolutezza che ci aveva inizialmente messo un po’ di soggezione. «Quello è stato un dramma, ma il nostro mestiere non viene messo in discussione per questo». I rischi legati al lavoro, si evince poi dal discorso, sono stati comprensibilmente affrontati in famiglia anche dagli altri colleghi presenti, che senza sottovalutarne i pericoli, hanno continuato e continuano tuttavia a fare il lavoro che hanno scelto.

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