Sabato sera. La ragazza è rimasta stabile tutto il giorno ma verso sera non riesce a trattenere le lacrime. Non più di un minuto. Poi si riprende, accenna un sorriso e si scusa. «Non sono io. Io non sono così. Non riesco a essere sorridente. Sono apatica. Lavoro in modo meccanico e non riesco a dare ai pazienti quello che vorrei». La giovane assistente ha ripreso un reparto COVID da pochi giorni. Tutti pazienti nuovi. Venerdì pomeriggio è stato fatto un giro di telefonate per rinforzare i turni; lei ha risposto di sì. Altri hanno chiesto di poter riposare. Alla fine del turno di undici ore, la dottoressa può andare a casa ma, un attimo prima di lasciare il reparto: «Scusi, hanno annunciato adesso due trasferimenti dall’OBV. Magari arrivano subito ma a volte arrivano ore dopo l’annuncio, dipende dalle ambulanze. E comunque da adesso l’entrata tocca al medico che fa la notte». «No, guardi, fa niente se arrivano tardi. La collega che fa la notte avrà tanto da fare; aspetto quello che c’è da aspettare e le due entrate le faccio io».

Un lavoro normale?

Poco dopo in reparto arriva un parente per una visita. Si nota perché le visite sono molto limitate e richiedono misure di sicurezza particolari. Sembra un ragazzo molto giovane, educato, dall’aria intelligente e sensibile. È venuto a visitare il nonno che fino a pochi giorni prima stava benissimo e ora si è addormentato come avviene in una parte dei pazienti COVID attorno al decimo giorno. Mi chiede se posso spiegargli cosa stia capitando al nonno. Penso gli interessi qualcosa di tecnico. Provo a spiegare le due fasi della malattia: una prima dove il virus è all’origine dei sintomi e la grande maggioranza dei malati guarisce; una seconda che riguarda una minoranza dei pazienti in cui il sistema immunitario tenta una specie di attacco suicida e causa gravi danni collaterali. Il giovane ringrazia e si allontana.

Passa qualche minuto e vedo di nuovo il ragazzo. È tornato e aspetta discretamente fuori dal locale delle infermiere. Lo raggiungo e lui delicatamente mi chiede: «Mi scusi, ma per voi, com’è vivere tutto questo? È come il lavoro normale o è qualcosa di diverso?». Mi coglie un po’ di sorpresa, cerco in fretta qualcosa di costruttivo da dire, per non deluderlo. Parlo di un’occasione per essere più uniti tra di noi. Ci ripenso la sera quando sono a casa. Le buone risposte mi vengono sempre alcune ore troppo tardi. Vorrei avergli detto che fare questo lavoro è sempre un privilegio, anche se siamo molto spesso inadeguati. È un’occasione per ricentrarci e realizzare cosa dia consistenza alla nostra vita. In un reparto COVID ogni minuto della nostra giornata è un’occasione di bene che noi, poveretti, umani, un po’ egoisti e anche stanchi, solo raramente riusciamo a cogliere. Scrivendo questo sto pensando: «Ma se i miei pazienti lo leggono penseranno che io non sia poi tanto gentile, anzi per niente, e abbia una bella faccia tosta a scrivere queste cose». Ma resta vero e vale la pena di dirlo. Raramente ci si rende conto mentre si sta lavorando che quello che tutti cerchiamo è lì adesso. È come se un cercatore avesse scavato per mesi sempre più in profondità nella sua miniera e avesse trovato un enorme filone d’oro.

Un accorato appello

Forse davvero per chi sta fuori è più difficile capire, sentirsi quasi una sola famiglia con chi è dentro l’ospedale. Penso in realtà che possa essere bello per chi ci prova. Bello se tutti avessimo nel corso della nostra giornata alcuni momenti con questa coscienza unitaria nel cuore. Come se il nonno ricoverato fosse il nostro e ogni tanto pensassimo cosa sta vivendo lui e chi lo cura: l’apertura del ragazzo sensibile e intelligente che ha visto qualcosa accadere e non ha più potuto andare via senza provare a capire. Davvero non è il momento del moralismo, di colpevolizzare chi è già disperato per aver contagiato qualcuno a cui vuole bene, di criticare chi vuole tornare alla normalità né di «chiudere tutto». Però ci sta un accorato appello. Si tratta di resistere in modalità ospedale ancora per un po’. Ognuno comincia a rendersi conto dei dettagli importanti: se tocco la mascherina, le mani sono sporche. Se le mani sono sporche devo disinfettarle. Ognuno faccia del suo meglio ancora per un po’, perché un paio di ricoveri in meno sono un paio di sorrisi in più per le nostre infermiere e dottoresse.

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