«La meta-analisi dei numerosi studi pubblicati nel periodo 1999-2017 non rileva incrementi dei rischi di tumori maligni o benigni in relazione all’uso prolungato dei telefoni mobili». Questo il succo del rapporto Istisan redatto dall’Istituto superiore di sanità di Roma e presentato ieri. Un rapporto che, senza sorprese e sulla base di stime più numerose e precise, conferma quanto già indicato nel 2011 dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC).

Ne abbiamo discusso con un’autorità in materia, il viceprimario di oncologia medica dell’EOC, dottor Luciano Wannesson. Gli studi presi in esame dalla meta-analisi condotta appartengono a due distinte categorie: gli studi epidemiologici e quelli preclinici. «Quelli epidemiologici sono i più accurati. Ebbene, dopo trent’anni di comunicazioni attraverso i cellulari, quindi dopo un’ampia esposizione a queste radiazioni non ionizzanti, dopo un periodo di latenza importante, se esse fossero state cancerogene avrebbero già dovuto mostrarsi: avremmo già dovuto notare un aumento notevole dei tumori rispetto agli anni Novanta. Tutti gli studi di questo tipo non dimostrano alcun aumento dei tumori cerebrali o dei tumori delle ghiandole salivari o di quelli della pelle, ovvero delle aree più coinvolte. Nessuna incidenza. A volte emergono dei dati secondari, ma spesso sono accompagnati da quelli che chiamiamo recall bias, errori sistematici legati alla memoria del soggetto». Gli studi preclinici «sono gli studi effettuati in laboratorio, su topi o colture cellulari, e sono i meno accurati nel riflettere la realtà e quindi i meno attendibili. Alcuni di questi studi dicono che queste radiazioni possono avere degli effetti procancerogeni sui topi o sulle colture cellulari, ma spesso sono studi non riproducibili, che mostrano anche aspetti non coerenti. Essendoci però delle informazioni che vanno in questo senso, della cancerogenicità delle radiazioni prese in esame, la IARC non può archiviare gli studi ed eliminare i cellulari dalla lista dei possibili agenti cancerogeni; li mantiene però nella classificazione 2B, quella degli agenti che hanno la possibilità di esserlo. Tradotto: visto che ci sono degli studi che, pur accompagnati a degli errori, indicano un rischio, non si deve smettere di ricercare; ma non vuol dire niente più di questo».

«Tra fumo e cellulari c’è un abisso»
Ulteriormente tradotto: se ci fosse, il rischio legato alle radiazioni non ionizzanti sarebbe comunque minimo. «Sarebbe estremamente basso, al punto da non riuscire a modificare il tasso di incidenza di una patologia». Insomma, tra un telefonino e una sigaretta, anche se quegli studi controversi si dimostrassero coerenti, ci sarebbe un abisso. «Assolutamente. L’incidenza dei tumori cerebrali è di 5 ogni 100 mila abitanti all’anno, simile a quella dei tumori polmonari nei non fumatori, che è di 4 ogni 100 mila. Dopo trent’anni di telefonini, l’incidenza dei tumori cerebrali è rimasta invariata, dopo trent’anni di fumo passa da 4 a 80: venti volte tanto. Per questo dico che chi paragona il 5G alla sigaretta è come se avesse la stessa paura di fronte a una zanzara e di fronte a un cobra. Ci vuole coerenza anche in questo senso». Ecco, il rapporto dell’ISS non può approfondire il discorso sul 5G. «Impossibile fare studi in merito – ricorda Wannesson – a causa del tempo di latenza dei tumori. Io comunque penso che una completa serenità della popolazione non l’avremo mai, sul tema, non a breve. Io sono tranquillissimo, il discorso non cambierà neppure di fronte alle frequenze del 5G, più basse, quindi addirittura con una minore penetranza nel corpo; si fermeranno in superficie. Non credo proprio possa aumentare l’incidenza dei tumori, proprio perché tali frequenze non hanno la forza di alterare le cellule all’interno del corpo. Fanno fatica persino a penetrare negli edifici».

«La paura di ciò che non vediamo»
Detto tutto ciò, ancora non passa la paura. Al di là delle resistenze al 5G, il telefonino continua a creare una certa soggezione. «Sì, vedo questa preoccupazione, la vedo anche in occasione delle serate pubbliche a cui partecipo – continua Wannesson – Chiamato in causa, ricordo come non ci siano dati che parlino di un’incidenza di queste radiazioni nei tumori. La maggior parte dei presenti accetta e capisce il concetto, fidandosi degli specialisti, altri non cambiano il loro punto di vista, più dogmatico, specie di fronte alle discussioni sul 5G. È un controsenso, proprio perché la necessità di avere più antenne dipende dal fatto che le stesse hanno una potenza troppo bassa. Tutti si spaventano, confrontati al numero di antenne, senza pensare che la loro potenza è invece molto ristretta. Poi ci sono le teorie cospirative, che avanzano la tesi che, come oncologi, avremmo più interesse con una maggiore diffusione di tumori. Un’assurdità». Un oncologo, di certo, ha un appoccio scientifico alla discussione: ma può anche capire l’origine di tali paure? «Mi sono fatto più volte questa domanda. Penso che tutto dipenda dal fatto che sappiamo che ci sono le radiazioni ma non le vediamo. E noi tendiamo ad avere paura di ciò che non vediamo. C’è poi tanta soggettività. C’è chi si manifesta sensibile al wifi, anche se gli studi mai hanno confermato che il wifi possa creare degli effetti sensibili sulle persone, anzi. Esiste la paura di ciò che non si vede e pure quella delle tecnologie in generale, delle novità. Molto fa la suggestione. Vedo le antenne e mi fanno paura e mi sento addosso qualcosa di strano, anche se la realtà è che siamo insensibili a ciò che producono».

Foto Shutterstock
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«Ma ci sono aspetti ancora da chiarire»

«Telefonino scagionato». Così titolavano ieri molti media online, dopo aver appreso della pubblicazione del rapporto, da parte dell’Istituto superiore di sanità di Roma, su «Esposizione a radiofrequenze e tumori: sintesi delle evidenze scientifiche». Ma è proprio così? Per approfondire il tema abbiamo girato la domanda a Giovanni d’Amore, responsabile del Centro regionale radiazioni ionizzanti e non ionizzanti dell’Agenzia regionale protezione ambiente Piemonte (Arpa Piemonte), nonché membro del gruppo multidisciplinare di esperti che ha curato il documento, insieme a collaboratori di varie agenzie italiane (ISS, ENEA e CNRIREA). «Quella utilizzata dai giornalisti è sicuramente un’affermazione forte. Dal rapporto si evince infatti chiaramente che occorre ancora approfondire tutta una serie di valutazioni sulla nocività del telefonino. Quello che forse ha portato a questa sintesi non corretta, è che al momento le indicazioni esistenti e contenute nei più recenti studi epidemiologici non evidenziano un significativo incremento di patologie - quali il tumore al cervello - in correlazione alla diffusione dell’uso del telefonino negli ultimi anni». Le recenti analisi in materia, evidenzia tuttavia d’Amore, non danno neppure una valutazione conclusiva. Se la ricerca finora ha quindi permesso di fare luce su alcuni punti, come per esempio il fatto che la distanza dalle sorgenti di radiazioni (come le antenne) non sia un buon indicatore del livello di radiofrequenze all’interno di un’abitazione poiché molti dispositivi sono direzionali, tanti aspetti restano ancora da chiarire. Tra questi, fra tutti, i possibili effetti sulla salute delle future reti 5G o le conseguenze a lungo termine dell’uso del cellulare fin dall’infanzia, che riguarderà soprattutto le generazioni future. Su un aspetto concordano però i ricercatori: le evidenze relative alla possibile associazione tra esposizione alle radiazioni e rischio di tumori si sono indebolite e non richiedono modifiche all’impostazione degli standard di protezione correnti.

In attesa di nuovi dati
Novità sul tema potrebbero però presto arrivare dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L’organismo, che conduce e coordina la ricerca sulle cause del cancro e sui meccanismi della carcinogenesi, nel 2011 aveva classificato radiazioni e radiofrequenze nel gruppo degli agenti possibilmente cancerogeni (2B). «Sebbene gli studi più recenti sembrino ridimensionare un pochino le conclusioni della IARC di otto anni fa, al momento è difficile dire se questa classificazione sarà mutata oppure mantenuta», puntualizza d’Amore, aggiungendo che, «è attualmente in fase di valutazione e di qui a poco verrà pubblicato un nuovo rapporto dell’OMS su questo tema». Negli ultimi anni comunque, nota il responsabile di Arpa Piemonte, «non ci sono evidenze che facciano pensare a un aumento della classificazione da “possibilmente cancerogeno - 2B” a “probabilmente cancerogeno - 2A”».

Come nasce il dossier
«Per realizzare il documento – spiega d’Amore – è stata fatta un’analisi della letteratura sulla base dei lavori pubblicati sulle riviste scientifiche internazionali. Partiamo quindi da pubblicazioni che hanno un certo prestigio e che sono diffuse tra i ricercatori di questo settore. È un po’ la logica con cui si vanno a selezionare anche i risultati delle ricerche quando la IARC fa delle valutazioni». Complessivamente, gli studi censiti dal gruppo multidisciplinare sono 387. Di questi circa due terzi riguardano gli effetti biologici e sanitari delle radiazioni. Gli altri analizzano invece soprattutto i livelli di esposizione, i meccanismi di valutazione e il monitoraggio o le diverse tipologie di sorgenti delle radiazioni.

Chi non ci sta: «Gli effetti sul lungo periodo non sono noti»

La relazione tra telefoni cellulari e tumori va al di là di quanto ci dicono gli studi, siano essi epidemiologici o preclinici. D’altronde, finché la IARC non libererà le radiofrequenze dal gruppo 2B della propria classificazione, è comprensibile che qualcuno sviluppi delle incertezze, delle paure, anche di fronte a rapporti come quello pubblicato ieri dall’ISS. Sulle stesse pagine del Corriere abbiamo in passato ospitato opinioni contrastanti. Nel 2012, per esempio, il giornalista Riccardo Staglianò (autore del libro «Toglietevelo dalla testa») ci diceva: «Si può sostenere che ancora non si conoscono gli effetti di questi movimenti, ma di certo non si può sostenere che non avvenga nulla. Nessuno poi sa quali saranno gli effetti di lungo periodo». Ieri abbiamo contattato anche il medico di Balerna Rolando Bardelli, la cui voce è spesso controcorrente sul tema. «I rischi effettivamente ancora non li conosciamo bene. La letteratura scientifica non è neppure così chiara, specie sul fatto che non possano sorgere danni sulla distanza. L’esempio dell’amianto è noto a tutti». E il 5G per qualcuno è qualcosa di più che non uno spauracchio. «Rischiamo di finire in un mare di radiazioni, molto più esteso di quello in cui viviamo oggi, anche perché il 5G favorirà ancor più la connessione. Il problema comunque è a livello legislativo, perché mentre esiste un limite in fase di emissione delle radiazioni, non esiste un limite di assorbimento delle stesse da parte delle persone. E questo è il problema. Qualche limite è stato posto soltanto negli ambienti professionali, ma nulla più. Ognuno deve arrangiarsi e basarsi sulle proprie sensazioni». Anche a Bardelli chiediamo delle reazioni del cittadino medio, di fronte alle nuove tecnologie e alle paure ad esse associate. «Il cittadino medio è un po’ schizofrenico. Vorremmo avere da un lato più efficienza, dall’altro però abbiamo paura. È comunque chiaro come la nostra esposizione alle radiazioni non ionizzanti, specie in certi luoghi, tra la folla, sia più importante di quella che ci viene descritta. Per questo, e tenendo in considerazione gli eventuali e possibili effetti biologici, di lunga gestazione, sarebbe comunque più prudente mantenere la priorità sulla nostra sicurezza e sulla nostra salute».

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