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Le esportazioni di armi minacciano i nostri valori?

Le aziende elvetiche chiedono di allentare le restrizioni sulla vendita di materiale bellico - Ma c’è chi sostiene le normative in vigore

BERNA - Lo scorso 26 settembre ha fatto discutere la lettera inviata alla Commissione di sicurezza del Consiglio degli Stati da 13 aziende svizzere attive nel settore degli armamenti con la quale si richiedeva una modifica dell'Ordinanza sul materiale bellico (OMB) che vieta l'esportazione di armi in zone dove imperversa una guerra civile. Una richiesta che, sommata al recente scandalo che ha coinvolto un manager del gruppo aerospaziale elvetico Ruag accusato di traffici illegali con la Russia, ha riaperto il dibattito sull'esportazione di armi che, secondo alcuni, è in contraddizione con i principi di politica estera svizzeri (neutralità, rispetto dei diritti umani, convivenza pacifica dei popoli), esplicitati anche nell'articolo 1 della Legge sul materiale bellico (LMB) e nella Costituzione. Principi messi in discussione dai ritrovamenti di materiale «made in Switzerland» in vari campi di battaglia o in Paesi che, secondo l'OMB, non dovrebbero essere autorizzati a comprare. L'industria bellica risponde con l'argomento economico: «Migliaia di posti di lavoro sono a rischio per il calo delle vendite di armi all'estero».

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