Leventina: la maledizione all’autostrada

Stefano Imelli

Il sindaco di Bodio ricorda che la crisi della valle non si spiega solo con la fine della Monteforno e ha delle idee chiare per rilanciare l’area

Leventina: la maledizione all’autostrada
Veduta panoramica sulla Leventina (foto CdT).

Leventina: la maledizione all’autostrada

Veduta panoramica sulla Leventina (foto CdT).

BODIO - Cos’è rimasto della ex Monteforno, a parte la malinconia di chi ha preso parte all’avventura finita male? Il fabbricato esiste ancora, immenso, a tratti decadente. Siamo andati a vederlo. Sotto la pioggia fa decisamente effetto. L’entrata ha più o meno mantenuto la forma originale. Immaginiamo la fila degli operai ai cancelli, alcuni pronti alla fatica altri meno. I turni – a quanto ci ha detto l’ex operaio Candido Moneghini – erano tre: 6-14, 14-22, 22-6. Pensiamo al rumore assordante nelle orecchie di quegli uomini venuti da ogni dove, un baccano che non finiva mai. Lo stabile attualmente ospita una succursale della General Forni-Elti, un’azienda metallurgica per la lavorazione di tubi strutturali, e Mediluc, una ditta specializzata nella lavorazione e finitura di protesi ortopediche impiantabili e strumenti chirurgici. Entrambe sposteranno a breve le loro attività (la prima a maggio). Cosa ne sarà quindi del gigante addormentato?
«Purtroppo il sogno di portare qui le future Officine FFS è tramontato», afferma il sindaco di Bodio Stefano Imelli (nella foto sotto). «Ci siamo messi il cuore in pace. Adesso la Bassa Leventina deve puntare su altro». E qualcosa, secondo il nostro interlocutore, si muove già. Negli ultimi anni, ad esempio, è nato un polo formativo che fa capo all’AET nello storico edificio della Centrale Vecchia Biaschina. «Penso soprattutto al Campus formativo Bodio, un centro di formazione per apprendisti polimeccanici e operatori in automazione attivo dal 2016. Sempre più ditte sono interessate al progetto e vi aderiscono. Le ultime in ordine di tempo: l'Azienda cantonale dei rifiuti e la Helsinn advanced synthesis di Biasca. Questo interesse per la formazione abbinata all’industria può davvero dare una marcia in più ad un paese, Bodio, che ha dato i natali a uno che di educazione se ne intendeva, Stefano Franscini». In secondo luogo – sottolinea il sindaco – la regione non è così disastrata dal punto di vista industriale. «Sono in molti a pensare, a torto, che tra Bodio e Giornico sia tutto fermo dalla chiusura della Monteforno. In realtà esistono diverse piccole-medie realtà artigianali e industriali, oltre a due aziende di importanza internazionale: da un lato Imerys graphite & carbon, leader mondiale nella produzione di grafite, e dall’altro Tensol rail di Giornico, specializzata nella produzione di materiale viario ferroviario. Solo loro impiegano alcune centinaia di dipendenti».

Leventina: la maledizione all’autostrada

Però, come detto, buona parte del fabbricato dell’ex Monteforno resta silenzioso e in attesa. Comunque la sorte può cambiare in fretta. L’intervistato osserva: «L’area è interessante anche perché a breve entrerà in funzione uno svincolo autostradale completo (nell’ambito del progetto per il Centro di controllo per veicoli pesanti a Giornico, ndr.) ed è presente e in attività un binario industriale allacciato alla rete FFS. Già diverse aziende legate soprattutto alla logistica si sono dette interessate per la posizione favorevole rispetto al resto d’Europa. Il nostro obiettivo è dunque di riuscire ad attirare delle industrie, magari più piccole della storica acciaieria, diversificate nelle attività (chimica, meccanica, logistica, ecc.) in modo che, se dovesse presentarsi un crollo in un settore particolare, non la pagheremmo più come abbiamo pagato la chiusura della Monteforno».
Troppo spesso però, sostiene Imelli, si spiega la crisi della nostra valle unicamente con la fine del gigante dell’acciaio. «Certo, questo elemento va considerato, però non lo enfatizzerei troppo. Pensiamo anche agli effetti nefasti dell’apertura dell’autostrada sul settore della ristorazione e dei commerci in Leventina. Ad esempio in passato l’operaio abitava nelle vicinanze del posto di lavoro mentre oggi può lavorare in valle e risiedere altrove. L’autostrada ha infatti velocizzato in maniera estrema i trasporti (e – fatto positivo – ha svuotato i centri dal traffico che all’inizio degli anni Ottanta era davvero fastidioso). Chi intende andare oltre Gottardo o scende verso sud non deve più necessariamente fermarsi e consumare».
Per quel che riguarda la ferrovia, la Bassa Leventina potrebbe trarre benefici da AlpTransit, a patto che si rivedano certe scelte, sottolinea il sindaco: «Il problema è che hanno concesso una sola fermata al giorno a Biasca, un fatto estremamente negativo. Ci resta una carta da giocare: nelle nostre valli non sono presenti tutti i servizi dei centri urbani, è vero, ma possiamo offrire ai cittadini affitti a pigioni interessanti e terreni da costruzione a prezzi vantaggiosi. E la facilità di muoversi, vista l’assenza di traffico. Provare per credere».

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Felix Lutz: «Quei 344 disoccupati hanno insegnato qualcosa al cantone»

La chiusura della storica acciaieria ha causato il licenziamento di 344 persone e innescato una profonda crisi regionale, economica e sociale, a cui il Cantone e la Conferedazione hanno voluto rispondere creando l’Associazione Transfer Monteforno o ATM (operativa dal 1. gennaio 1995 al 30 giugno 1996).
«Il suo obiettivo – ci spiega Felix Lutz, capo Ufficio delle misure attive del Dipartimento delle finanze e dell’economia, già direttore dell’ATM – era quello di riqualificare e riorientare professionalmente gli ex dipendenti della Monteforno e delle aziende le cui attività le erano legate, per poterli reinserire nel mercato del lavoro». Il progetto si ispirava ad esperienze diffuse in Austria negli anni Novanta, un periodo di forte crisi del settore industriale, segnato da licenziamenti di massa. In quei casi capitava che lo Stato assumesse temporaneamente i lavoratori delle aziende che chiudevano i battenti, tenendoli in stand by fino all’arrivo di nuove realtà economiche dove collocarli. «Anche in Leventina si sperava nell’avvento di una società intenzionata a proseguire l’attività nel campo della produzione di acciai», dice il nostro interlocutore. «Così, nella cosiddetta fase di attesa dell’ATM, si sono occupati gli ex operai della Monteforno, aggiornandoli sui temi della meccanica e dell’informatica, in attesa del riavvio della produzione». Dopo pochi mesi si è capito che questo sogno era irrealizzabile e l’ATM ha dovuto cambiare marcia. Da allora si è adoperata per reintegrare i propri dipendenti nel mercato del lavoro, indipendentemente dal destino della Monteforno. «È quindi partito un vero e proprio riorientamento professionale degli operai. Dei professionisti stilavano il loro bilancio personale e cercavano nuove possibilità di formazione, infine li sostenevano nel collocamento». Diverse le misure adottate: corsi di formazione (nel settore della ristorazione, della meccanica, dell’edilizia, in ambito socio-sanitario, ecc.), stage in azienda (periodi di lavoro gratuiti per conoscere e farsi conoscere), prestiti temporanei di manodopera alle ditte sul territorio. Infine programmi occupazionali (l’ATM ne ha creati 237 che hanno coinvolto 160 persone): recupero delle sostanze nocive dei frigoriferi, coltivazione in serra di prodotti agricoli sul piano di Magadino, operazione di riciclo di biciclette usate, ecc.

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All’esperienza ATM hanno aderito 247 ex dipendenti della Monteforno, indica Lutz (nella foto sopra). I partecipanti erano perlopiù persone con un età elevata (età media 49 anni) provenienti dall’Italia, i due terzi di loro non erano in possesso di alcuna qualifica professionale. Alla fine del programma il 41,3% degli ex dipendenti della Monteforno aveva trovato un’occupazione in Ticino. «Sono stati assunti da ditte attive nel settore edile, elettromeccanico, dei trasporti, ecc. Addirittura 11 di loro – manovali senza formazione – sono riusciti a riciclarsi come assistenti di cura». E gli altri ex operai? L’1,6% ha fatto ritorno in Italia, il 2,4% è stato espulso dal programma, lo 0,8% ha ottenuto una rendita AI, il 53,8% nel 1996 si trovava ancora senza lavoro.
Lutz considera l’ATM «un esperimento positivo, un super accompagnamento per gli ex lavoratori dell’acciaieria e un progetto precursore che ha portato alla sperimentazione di nuovi strumenti nel campo della politica dell’impiego a favore delle persone disoccupate e dell’economia in genere (potenziamento degli uffici di collocamento, stage, programmi occupazionali)». Strumenti attualmente essenziali ma che sono adottati in maniera meno intensiva – non tutti infatti possono accedere ad ogni servizio – anche per esigenze di budget.

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