«Ho già detto anni fa che per me la Svizzera non è stata terra d’asilo, purtroppo». Quando raggiungiamo telefonicamente Liliana Segre, da quest’anno senatrice a vita in Italia «per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale», la sua voce è calma e determinata. Da quasi trent’anni a questa parte ha deciso di raccontare al mondo, soprattutto ai più giovani, la sua storia di sopravvissuta all’Olocausto. Una storia che incrocia anche la Svizzera, dove – giovanissima – aveva cercato riparo nel 1943 con il padre al valico di Arzo, ma dalla quale fu freddamente respinta. Il consigliere di Stato Manuele Bertoli si è scusato per quanto avvenuto in Ticino, suscitando reazioni contrastanti nell’opinione pubblica.

Liliana Segre a diciotto anni. (Archivio CDEC, Fondo fotografico Segre Liliana, inv. 022)
Liliana Segre a diciotto anni. (Archivio CDEC, Fondo fotografico Segre Liliana, inv. 022)

Liliana Segre, il presidente italiano Mattarella le ha da poco conferito il titolo di senatrice a vita in occasione degli ottant’anni delle leggi razziali. Non è stato un caso. Lei le ha vissute sulla propria pelle. Cosa ha significato per una bambina di otto anni?

«È stato un colpo. Sentirsi dire a otto anni “sei stata espulsa” dalla scuola dove avrei dovuto fare la terza elementare aveva un significato preciso, voleva dire avere fatto qualcosa di grave. E io domandai subito a mio papà: perché? Che cosa ho fatto? Quel perché – perché io non avevo fatto niente a parte il fatto che ero nata – non ha avuto mai una risposta. E non ce l’ha neanche adesso. L’essere espulso da bambino da una società importante, quale è la scuola dell’infanzia, è un carico che ci si porta dietro sempre».

L’Italia e l’Europa sono più o meno razziste di allora?

«Certi paragoni sono difficili da fare, perché il razzismo di allora – e parlo di razzismo, non di antigiudaismo o di antisemitismo – era già sicuramente forte. A Milano, per esempio, non tutti i settentrionali erano contenti di vedere i meridionali che vi venivano a lavorare. Cosa che per fortuna, negli anni, è scomparsa completamente. Abito a Milano ma non sento mai parlare di razzismo nei confronti degli italiani del Sud. Allora c’era un razzismo diverso».

Adesso torna fuori un razzismo dalla veste diversa, non paragonabile a quello quasi imposto dal regime di allora

Cioè?

«C’era la guerra in Etiopia e poi è arrivato anche il discorso sugli ebrei, una minoranza assoluta. Ancora oggi, infatti, la gente non sa di che cifra stiamo parlando. Qualcuno diceva che eravamo un milione o un milione e mezzo mentre invece eravamo meno di 40 mila. Adesso torna fuori un razzismo dalla veste diversa, non paragonabile a quello quasi imposto dal regime di allora. Dopo la Seconda guerra mondiale si sono tenuti nascosti quei sentimenti che non avevano più un’ufficialità. Erano vergognosi, erano cose di cui non era bene parlare. Poi il tempo passa, muoiono le vittime e muoiono i carnefici e – siccome un nemico ci vuole – questa volta sono i migranti».

A tredici anni, quando cercava di fuggire dai nazisti che si erano impadroniti del Nord Italia, lei ha tentato con suo padre la via svizzera, ma è stata respinta. Come ricorda quei giorni di Arzo?

«Sono giorni che hanno segnato tutto il resto della mia vita. Ero nascosta in casa di alcuni eroici amici, che rischiavano la morte, a Castellanza, vicino a Legnano, nel Varesotto. Ci sono stata per un mese, un mese e mezzo. Mio papà mi veniva a trovare con i documenti falsi attraverso mille difficoltà. Ogni volta che veniva a trovarmi lo supplicavo. Andiamo in Svizzera! Che in effetti era lì a due passi».

E cos’è successo?

«È successo che questi ospiti eroici trovarono dei contrabbandieri italiani che trasferivano in Svizzera antifascisti, ebrei e renitenti alla leva per una cifra che non ho mai saputo (ma che so essere stata pazzesca per quei tempi). Incontrammo questi contrabbandieri a Viggiù, o a Saltrio – non ricordo bene il posto – e ci fecero trovare nella loro casupola sulla montagna, una casupola orribile dove non c’era nulla, due vecchi cugini di mia nonna. Due anziani signori che non erano previsti. Mio papà, non perché queste due persone non fossero buone, ma perché non era questo il patto coi contrabbandieri, si ritrovò quindi ad essere l’unico uomo valido con una ragazzina di tredici anni e due vecchi».

Quando fummo tutti scesi mio papà era distrutto dalla stanchezza, i vecchi piangevano dalla felicità. E anch’io ero felice perché eravamo quasi arrivati in Svizzera. Poi, l’amara sorpresa

A quel punto cosa fece?

«All’alba i contrabbandieri, facendoci andare molto in fretta, ci portarono sulla montagna. C’era una cava di pietra che so esserci tuttora dove scaraventarono giù le nostre valigie, piantandoci lì e dicendo: adesso scendete, al di là c’è la Svizzera. Con fatica enorme i due vecchi furono caricati uno per volta sulle spalle di mio papà che li portò giù. Quando fummo tutti scesi mio papà era distrutto dalla stanchezza, i vecchi piangevano dalla felicità. E anch’io ero felice perché eravamo quasi arrivati in Svizzera».

Invece?

«Invece camminammo ancora. Era il 7 dicembre del ’43, una giornata di pioggia leggera. Incontrammo in un boschetto dei soldati svizzeri che in un primo momento temevamo che fossero tedeschi, vista la divisa simile. Gelidamente, senza una parola, ci inquadrarono e ci accompagnarono al comando di Arzo. Attraversammo questo paesotto. Ricordo che mentre noi felici avremmo salutato tutti per la strada, la gente ci ignorava. Era mattina presto. Le donne erano andate a prendere il latte. Nessuno ci guardava. Ci scansavano e questo ci fece un certo effetto. Poi, entrati nell’ufficio, ci fecero aspettare ore ed ore senza minimamente chiederci se volevamo un bicchier d’acqua o una cosa qualsiasi. E dopo tutte quelle ore fummo ricevuti dal responsabile, uno svizzero tedesco che dal primo minuto ci trattò malissimo».

Che cosa vi fece?

«Era sprezzante. Ci diceva: “Siete degli imbroglioni, non è vero che succede qualcosa di brutto agli ebrei in Italia”. Non ci fu niente da fare. Ricordo che mi buttai per terra, gli abbracciai le gambe supplicandolo di tenerci. E lui mi allontanava come se fossi un cagnolino. Verso le quattro, quattro e mezza del pomeriggio, mentre cominciava ad imbrunire, ci fece riaccompagnare da due soldati col fucile puntato, più o meno nel punto dove eravamo passati la mattina. Un luogo sotto il comando tedesco. Lì, sulla rete, ci arrestarono i soldati italiani. Il ricordo della Svizzera è atroce. A quel signore, al quale era già stato dato l’ordine che la barca era piena e che non si doveva accettare più nessuno, è bastato voltare la faccia dall’altra parte».

Come ha rielaborato questi fatti a distanza di tanti anni?

«Oggi ho ottantotto anni, a quei tempi ne avevo tredici: quindi c’è una vita di mezzo. La rielaborazione è durata 45 anni. Io non ho mai parlato di queste cose fino ai miei sessant’anni, o quasi. Siccome ho avuto una buona vita, ho incontrato un uomo che è stato mio marito per sessant’anni e ci siamo amati tantissimo, ho tre figli e tre nipoti, ho una bella casa e sono una persona che ha avuto molto amore, a un certo punto sono riuscita a raccontare la mia storia nelle scuole italiane, ma sono andata anche in Messico e a San Francisco».

Liliana Segre bambina, in braccio al papà Alberto. (Archivio CDEC, Fondo fotografico Segre Liliana, inv. 022)
Liliana Segre bambina, in braccio al papà Alberto. (Archivio CDEC, Fondo fotografico Segre Liliana, inv. 022)

E come la racconta?

«Senza mai parlare di odio nei confronti di nessuno. Non ho mai neanche voluto sapere chi fosse quel funzionario di cui potevo sapere il nome e il cognome. Perché lui, col suo atteggiamento, ha condannato a morte tre persone. Dei due vecchi, uno infatti si è buttato giù dall’ultimo piano della scala di San Vittore; il fratello è morto di stenti a Fossoli e mio papà è stato ucciso ad Auschwitz. Solo io sono tornata».

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