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Storie di confine

Mamma e papà in fabbrica, bimbi soli tra tristezze e violenza

Fino agli anni Novanta la legge elvetica non permetteva agli stagionali di tenere con loro i figli così molti sono cresciuti nella clandestinità o nei collegi sorti sul confine

Mentre si continua a parlare di barconi in balia delle onde e di leggi «ostili», centri di accoglienza oltre il limite della decenza e trasferimenti forzati, ci è capitato tra le mani un servizio della «Domenica del Corriere», ex settimanale del «Corriere della sera», pubblicato sull’edizione del 23 marzo 1971. Si intitola «Lettere di condannati all’emigrazione» e racconta – attraverso delle testimonianze – la dolorosa situazione di chi lascia la propria casa «alla ricerca di un lavoro che gli consenta di vivere» (come dire, la storia si ripete con sempre nuovi protagonisti). Soprattutto mette in luce le «angosce degli stagionali in Svizzera, costretti da una legge ingiusta a vivere separati dalle famiglie», la triste sorte dei «bambini clandestini» e degli «orfani di frontiera». Temi, questi, che ritornano nell’ultimo libro di Nicoletta Bortolotti – luganese di nascita e milanese d’adozione che sarà a Mendrisio stasera, alle 20, a LaFilanda di Mendrisio – intitolato «Chiamami sottovoce» (Harper Collins Edizioni) e di due saggi più datati della psicologa Marina Frigerio: «Versteckte Kinder: Saisonierkinder und ihre Eltern erzählen» (Rexverlag, 1991) e «Bambini proibiti» (Casa editrice Il Margine, 2012). «Fino agli anni ‘90 del ‘900 – spiega quest’ultima al CdT – la legge elvetica non permetteva agli stranieri con un permesso di lavoro stagionale di tenere con loro i figli. Alcuni li portavano comunque in Svizzera ma erano costretti a nasconderli. Centinaia di migliaia di bambini hanno così trascorso la loro infanzia chiusi in casa, senza frequentare scuole e coetanei. Senza piangere né ridere per paura che qualcuno li denunciasse e li allontanasse dalla famiglia. L’alternativa alla reclusione era di essere affidati a parenti nei Paesi di origine o lasciati nei collegi (ne sono sorti parecchi lungo la frontiera) e vedere i genitori poche volte l’anno». Grazie a Facebook siamo riusciti a contattare alcuni di questi bimbi ormai cresciuti, a incontrarli. Nel video qui sotto la breve testimonianza di Germano Bacchetta, classe 1967, di origini piemontesi e cresciuto negli istituti di frontiera.

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